Libri

Vetrina. “Il regno diviso”

Roberta Iadevaia

L’originale romanzo di Rupert Thomson, forse manchevole di qualche slancio in più dalla sua geniale idea di partenza

Per guarire la società dal caos e dalla violenza di cui è ormai preda, il governo del Regno Unito opta per una “Riorganizzazione” forzata che consiste nell’applicazione pratica della “Teoria degli umori”, credenza medievale secondo la quale  a ciascuno dei quattro fluidi o umori corporei –  la bile gialla, il sangue, la flemma e la bile nera – corrisponderebbe un diverso carattere o personalità.

Così l’intera popolazione viene divisa in quattro gruppi e deportata in altrettanti quartieri: i collerici nel Quartiere Giallo, saturo di violenza e industrie; i determinati e ottimisti sanguigni nel Quartiere Rosso; gli eterei e perennemente indecisi flemmatici nel Quartiere Blu, colmo di ponti e canali, e i malinconici nel Quartiere Verde (colore preferito al troppo negativo Nero) che detiene il primato di suicidi.

Su questo sfondo si sviluppa la storia del protagonista de Il regno diviso, il ventisettenne Thomas Parry, addetto ai trasferimenti per conto del Ministero del Quartiere Rosso, acuto osservatore e lavoratore diligente, almeno fino a quando una visita a uno strano locale del Quartiere Blu gli riporta alla mente il doloroso ricordo dei suoi veri genitori da cui è stato brutalmente separato a otto anni. Parry inizia così a dubitare della bontà del sistema e decide di far perdere le sue tracce spostandosi illegalmente da un Quartiere all’altro, alla ricerca del suo passato e della sua vera identità.

A Rupert Thomson, non a caso studioso di storia medioevale e accanito viaggiatore, va il merito di aver avuto un’idea geniale e originale. Il romanzo è scorrevole, lo stile molto semplice e lineare, le descrizioni dei luoghi davvero riuscitissime, i personaggi ben caratterizzati. L’autore è riuscito ad affrontare temi molto complessi e variegati – le imposizioni sociali, le nuove forme di “razzismo psicologico”, la predisposizione della gente a sacrificare parte della propria libertà in cambio di una sicurezza fittizia, la necessità di ricordare anche se ciò può essere doloroso – senza mai cadere nel moralismo o nella pedanteria.

Eppure qualcosa non convince. La trama è esile, quasi allungata forzatamente nell’esplorazione di un mondo troppo vasto. Tutto è detto in eccesso, spesso anche lentamente e in maniera lievemente piatta. Il finale sembra un po’ affrettato, i toni melodrammatici contrastano con la presunta presa di coscienza del protagonista; i suoi stessi propositi (lavorare nuovamente per il Ministero e, allo stesso tempo, combattere il sistema) stridono con la sua precedente evoluzione, come se quel viaggio non fosse riuscito a cambiarlo fino in fondo.

Il regno diviso resta dunque un interessante esempio di distopia, ricco di suggestioni e spunti a volte ottimi ma forse, con un’idea del genere, si sarebbe potuto osare di più.


  • Genere: Avventura
  • Altro: Traduzione di Anna Mioni e Michele Piumini

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