Cinema

Un secolo di #MarioBava: Il peplum e la fotografia

Vincenzo De Divitiis

Dal 1914 al 2014: il centenario di Mario Bava festeggiato con una serie di focus / Gli inizi da direttore della fotografia, effettista e le avventure nel mondo del peplum.

Quando viene citato il nome di Mario Bava la mente subito va ad una delle figure più talentuose, affascinanti e geniali del nostro cinema. Un’immagine che però è stata per anni a totale appannaggio dei tanti cinefili e critici stranieri-primi fra tutti i  francesi dei Cahiers du Cinema – che fin dai suoi esordi, a differenza dei colleghi italiani, ne hanno saputo apprezzare il suo modo di fare cinema diverso da quello cosiddetto autoriale, la sua grande propensione al non prendersi mai troppo sul serio e la capacità di essere un grande artigiano del set. Ebbe così inizio un lento ma inesorabile processo di rivalutazione di un regista che ha saputo contaminare e codificare più generi e catturare la stima e l’ammirazione di autori di fama mondiale come Tim Burton, Joe Dante, Quentin Tarantino.

Nato a Sanremo nel 1914 Mario Bava proviene da una famiglia già inserita all’interno del mondo del cinema e che continuerà anche con suo figlio Lamberto. Suo padre Eugenio fu un artista a tutto tondo sia in qualità di scultore sia in quella di grandissimo autore di trucchi e direttore della fotografia per le più importanti produzioni di film fantastici italiani dell’epoca. Tra i titoli più influenti vanno citati Cabiria  di Pastrone, Quo Vadis  di Guazzoni, i film della saga di Galaor e alcuni peplum come il Sigfrido di Giacomo Gentilomo. Una figura di riferimento umana e professionale per il giovane Mario, che si tramuta anche nella collaborazione del padre in alcune delle prime opere del figlio come la realizzazione  della celebre maschera con le punte acuminate usata all’inizio de La maschera del demonio e del volto terrificante della morta che si vendica in La goccia, ultimo episodio de I tre volti della paura.

Dopo un’infanzia passata all’interno del laboratorio paterno, la strada del nostro autore non poteva che essere quella del cinema nella duplice veste di autore di trucchi e direttore delle fotografia. Nel primo campo i lavori più importanti li svolge al fianco di Riccardo Freda nel primo horror italiano I vampiri, per il quale realizza la strabiliante trasformazione di Gianna Maria Canale, e Caltiki, Il mostro infernale, di cui si ricorda la figura del mostro ottenuta con l’ausilio di trippa di vitello. Iniziano ad emergere le sua grandi capacità di ricavare grandi effetti con pochi mezzi, come avverrà in Terrore nello spazio in cui la superficie del pianeta altro non è che semplice polenta bollente.

Da direttore delle fotografia Bava, invece, riesce a mettere in mostra tutte la sua ricercatezza stilistica e le proprie doti da raffinato autore fin dalle sue prove in bianco e nero al fianco di registi come Aldo Fabrizi, Roberto Rossellini, Steno e Monicelli nei cui film il giovane sanremese è alla costante e spasmodica ricerca dell’inquadratura difficile con più fonti di luce sovrapposte. Ma è con l’avvento del colore che vengono piantate le basi per quella estetica baviana famosa in tutto il mondo, caratterizzata da un utilizzo iper-realistico, quasi pittorico dei colori, uno sperimentalismo cromatico che verrà portato all’estremo in capisaldi come Sei donne per l’assassino e La frusta e il corpo. Un’esperienza fondamentale, in tal senso, è la collaborazione con Pietro Francisi per Le fatiche di Ercole e Ercole e la vergine di  Lidia. Entrambi furono importanti per il rilancio di un genere peplum già presente da molti anni nel nostro panorama cinematografico ma che da queste due opere datate 1958 riacquista linfa vitale grazie ad una generazione di registi e sceneggiatori che riescono a mescolare gli elementi e le tematiche mitologiche ad atmosfere più vicine all’horror e addirittura alla fantascienza.

Bava si adegua a questa nuova tendenza e, dopo aver esordito alla regia (a 46 anni) con il capolavoro La maschera del demonio, realizza una serie di peplum la cui perla è rappresentata per distacco da Ercole al centro della Terra nel quale abbonda l’utilizzo di colori saturi e la scena più che fotografata sembra quasi colorata alla maniera di un quadro come nella fantastica sequenza ambientata negli inferi. In quest’ambiente ritroviamo quella nebbiolina misteriosa ed avvolgente che rappresenterà un tratto tipico dei lavori futuri e assistiamo anche alla presenza di mostri molto simile agli zombie. Colpisce molto, in tal senso, la sequenza delle creature che risorgono dalle proprie tombe, molto simile a quella utilizzata anni dopo da George A. Romero in La  notte dei morti viventi . Il clima orrorifico viene poi accentuato dalla presenza nel cast dell’attore Christopher Lee che nell’interpretare il ruolo del malefico Lico ricorda per movenze e aspetto la figura di Dracula, personaggio per il quale proprio in quel periodo resta ben scolpito nell’immaginario collettivo, alla pari dell’ungherese Bela Lugosi.

La pellicola di Bava, tuttavia, non rappresenta l’unico esempio di commistione di generi ed altri maestri del cinema si cimentarono in questa operazione come Riccardo Freda che nel suo Maciste all’inferno, rifacimento dell’omonimo film del 1925 di Guido Brignone, trasferisce il personaggio mitologico nella Scozia del XVII conferendo così alla vicenda una marcata sfumatura gotica. Altro regista importante è Giacomo Gentilomo autore, insieme a Sergio Corbucci di Maciste contro il vampiro, e di un interessante Maciste e la regina di  Samar  in cui ad invadere la terra  è un gruppo  di extraterrestri.



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