Arti Performative Focus

Rimini Protokoll // Remote Roma

Renata Savo

Questa restituzione non può prescindere da ricordi lontani nel tempo, distanti più di un decennio. A qualcuno undici anni sembreranno poca cosa, ma non è così se chi scrive ha poco più che superato i trentacinque. Spieghiamo il perché. Era il 2014 quando partecipavamo a Remote Milano del collettivo berlinese Rimini Protokoll, un lavoro site-specific che ha tutto quello che ci piace trovare in una performance: connessione tra passato, presente e futuro, comunione di intenti fra i partecipanti, stimolo a interrogarsi su tematiche esistenziali, forza della parola e dell’azione. Tutto questo si ritrova, mutatis mutandis, in Remote Roma, performance ideata e diretta da Stefan Kaegi, che ha il privilegio di debuttare a Roma grazie alla quinta edizione del format artistico-multidisciplinare Sempre più fuori, che iniziato ieri, 7 luglio, durerà fino al 18 luglio presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo e il Goethe-Institut Rom, intersecando anche altri spazi, sotto la direzione artistica di Antonino Pirillo e Giorgio Andriani. Il programma è denso e intreccia eccellenze artistiche, ricerca e accessibilità, accompagnandosi alla performance del collettivo tedesco per la sua intera durata.

Quando hai meno di trent’anni, quando respiri nei tuoi venticinque, ventisette anni, non lo sai, ma vivi in un limbo dorato. Vero è che hai l’affitto da pagare, l’università da finire, un lavoro (serio) da trovare, ma hai anche il futuro da sognare. Passati i 35, probabilmente hai messo su famiglia, forse ti sei stabilizzata/o economicamente, hai – se sei fortunata/o – raggiunto le tappe che ti eri prefissata/o e il futuro sembra già avere un volto più o meno definito. Pensieri come questi non possono non aver influenzato i sentimenti provati durante le due performance – quella milanese e quella romana – distanti undici anni l’una dall’altra per chi sta scrivendo, in cui la voce in cuffia di Fabiana, personaggio fittizio che nasce da un campionamento elettronico, ci ha posto, in fondo, le stesse domande. Ed è qui l’aspetto forse più interessante. Perché seppure molto simili nei contenuti e nella struttura, inevitabilmente le questioni poste dalla nostra assistente vocale risuonano, oggi, in modo molto diverso, e questo perché, proprio come l’elemento naturale più volte menzionato nello stesso lavoro del cluster berlinese, non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua del fiume.

Fabiana ha orientato il nostro percorso accompagnandoci a sperimentare un vissuto amplificato del contesto urbano, in un percorso sonoro architettato specificamente per la città di Roma e che parte dal Cimitero Monumentale del Verano, situato nelle vicinanze del quartiere San Lorenzo, e arriva al Policlinico Umberto I. Il punto di partenza è un luogo-tabù, molto poco frequentato sebbene umanamente indispensabile, in cui veniamo invitati a riflettere sulla morte e sulla precarietà della memoria umana. La voce in cuffia ci invita a posizionarci di fronte alle tombe e ai loculi, a immaginare chi avremmo desiderato conoscere. Ci interroga su quali potrebbero essere state le cause di quella morte, se la vita si è spenta prima di raggiungere la nostra età, e molte altre domande che, proseguendo il cammino, interagiscono in modalità sempre più site-specific con l’ambiente circostante. Ma è davanti a un corridoio di tombe di giovanissime esistenze defunte che si avverte più forte la distanza con il vissuto personale di chi scrive, in cui si avverte tutto il peso del tempo, dei trentacinque e passa anni, dell’esser diventata madre e la paura, l’angoscia, di perdere un figlio, normalmente così lontana da un presente fatto di buona salute e sorrisi accesi. In poche parole, qui, in questo luogo separato dal resto eppure al centro dell’Urbe, il particolare può diventare universale.

Fabiana è un sistema operativo, ma ha un’incidenza reale sulle nostre azioni, stimola la nostra riflessione con domande esistenziali fino all’affermazione conclusiva che conferma la sua natura post-umana in contrapposizione alla caducità dell’uomo e del suo ricordo: «Io non mi dimenticherò mai di te, te lo prometto». Il tema della memoria ritorna quando, lungo il tragitto, di fronte a un vetro riflettente siamo chiamati a scattare una fotografia con i nostri smartphone per immortalare il momento. La foto, nella sua essenza immateriale (anche se condivisibile e riproducibile), è quindi un mezzo usato per ricordarci in futuro l’unicità dell’evento.

Si passa dalla stazione Tiburtina, dove ci catapultiamo in un presente simbolico e aumentato, dato dal fluire quotidiano dei passanti sotto i nostri occhi: c’è vita nella nostra “recita” e recita nella vita delle persone che osserviamo come se fossimo davanti a un palcoscenico, uniti in gruppo come nelle figurine dei calciatori, mentre loro fingono di ignorarci. Diventiamo automaticamente pubblico al loro spettacolo della vita quotidiana e addirittura ne applaudiamo la performance.

Foto di Davide Agostini

Non solo percorriamo spazi, tra cui la metropolitana di Roma – nella parte della performance forse più marcatamente site-specific – una metropolitana più autentica che mai, completamente se stessa al punto da non smentire la quasi proverbiale inefficienza del suo servizio, che ci lascia alla banchina in attesa del treno per quasi quindici minuti (un tempo per fortuna prontamente ammortizzato dalla nostra entertainer virtuale Fabiana che ci porge, fra le altre cose, l’ascolto di Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco); anche il tempo è spazio, cronotopo, e noi lo attraversiamo in tutte le sue dimensioni. La stazione ferroviaria rappresenta l’eterno presente, il cimitero il passato, fuori le mura di quest’ultimo si stagliano palazzi dall’architettura ultramoderna, il richiamo è al futuro. Nella performance milanese questo scarto tra passato e futuro era ancora più evidente, subito dopo la partenza al Cimitero Monumentale si veniva inghiottiti dalle vertiginose altezze della Piazza Gae Aulenti. Nel cronotopo s’insinua il concetto del viaggio, che non è solo quello esteriore dello spostamento di un corpo nello spazio e nel tempo, ma anche interiore: un viaggio nella memoria individuale e collettiva per re-interpretare il valore attribuito alle sovrastrutture edificate dall’uomo e agli strumenti di cui questi si è servito nel corso dei secoli per adeguare lo spazio naturale alle sue necessità di sopravvivenza e convivenza. Sul finale ne è un esempio il Policlinico Umberto I che, nonostante la sua imponente architettura atta a ospitare persone bisognose di cure, sa essere talvolta spiazzante o persino elegante.

Oggi come undici anni fa, Remote X (nome del progetto onnicomprensivo delle sue tappe nel mondo), nell’invitarci a osservare con occhi diversi lo spazio urbano, nell’atto condiviso del camminare che già di per sé è metafora della condizione umana, ci ha aperto la mente a nuove riflessioni, consegnandoci anche questa volta un’esperienza quasi mistica, da fare e rifare. Semplicemente, indimenticabile.

Foto di Davide Agostini

[Immagine di copertina: Remote Roma. Foto di Davide Agostini]



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