In Sala. La metamorfosi del male
Un passo avanti per William Brent Bell nel mondo dell’horror con la sua visione poliziesca della caccia al Lupo Mannaro
William Brent Bell è un regista molto legato ai cliché dell’immaginario e della letteratura horror e il suo ultimo lavoro, intitolato La metamorfosi del male, ne è un’ulteriore conferma. Dopo aver esplorato il sottogenere demoniaco con il mediocre L’altra faccia del diavolo, l’autore statunitense decide di focalizzarsi su un’altra figura classica come quella del lupo mannaro, le cui origini vanno ricercate nel folklore e nella vasta tradizione popolare medievale, e non in un testo letterario ben preciso come accade per molte altre icone del fantastico. Un’operazione che si rivela più che felice per via della capacità di amalgamare un tema così antico con generi diversi e infondere alla vicenda un ritmo incalzante, grazie al quale catturare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine. Una bella rivincita per Bell che mostra in questo suo ultimo lavoro una maturità sia nello stile che nei contenuti.
La statunitense famiglia Porter, recatasi in Francia per trascorrere un periodo di vacanza, viene uccisa in maniera brutale da un essere carnivoro e dalla forza disumana. Dopo aver ascoltato la testimonianza della signora Porter, gli inquirenti decidono di fermare il sospettato numero uno, Talan Gwynek (Brian Scott O’Connor), un uomo dal passato difficile e una psiche a dir poco complessa. In sua difesa accorre la giovane avvocatessa Kate Moore (A.J. Cook) la quale, supportata da due collaboratori, è decisa a dimostrare l’innocenza dell’uomo. Ogni tentativo, però, viene reso vano nel momento in cui la malattia dell’uomo emerge in tutta la sua mostruosità.
Catalogare La metamorfosi del male come un semplice film dell’orrore sarebbe un esercizio superficiale e poco corretto nei confronti dell’operazione portata avanti dal regista. Bell parte da una figura tradizionale del cinema di paura per costruirvi attorno una struttura che strizza l’occhio, specie nella prima metà, al poliziesco con una serie di interrogatori e ricerche di prove che appassionano lo spettatore. La bravura del regista, tuttavia, è quella di capire quando porre fine a questa impostazione per evitare di aggiungere troppi elementi al plot, e iniziare a imprimere alla vicenda un carattere più vicino al cinema di paura vero e proprio. Di qui l’azione diventa più concitata e si sposta in caverne buie ed anguste, passaggi segreti e boschi in cui la belva si muove con estrema naturalezza. Appaiono sulla scena anche immancabili e necessari effetti splatter ben realizzati tra i quali vanno evidenziati i corpi dilaniati dei membri della famiglia Porter e le mascelle staccate da Talan, ormai divenuto una creatura mostruosa il cui aspetto è più simile a quello umano che animale. Non mancano purtroppo alcuni difetti di cui il più evidente è l’utilizzo delle telecamera a mano che, in particolare nelle scene in ambienti bui, smorza non di poco la violenza e la tensione del momento.
Dettagli
- Titolo originale: Wer
- Regia: William Brent Bell
- Fotografia: Alejandro Martinez
- Musiche: Brett Detar
- Cast: A. J. Cook, Sebastian Roché, Brian Scott O'Connor, Simon Quaterman, Stephanie Lemelin
- Sceneggiatura: William Bren Bell, Matthew Peterman


