Libri

Vetrina. “Diario d’inverno”

Giorgia Tolfo

Paul Auster si racconta ancora una volta in un libro-memoir dai toni enfatici

Alle volte la fama conquistata con la propria opera letteraria gioca brutti scherzi: da un lato riduce gli ostacoli alla pubblicazione in virtù del “grande nome”, dall’altro rende più sicuri di sé e meno inclini a vedere i limiti della propria nuova opera. Questo, temo, sia il problema in cui è incappato Paul Auster con i suoi ultimi romanzi e, soprattutto, con Diario d’inverno, pubblicato in questi giorni da Einaudi, e negativamente accolto dalla critica internazione.

Diaro d’inverno, dopo L’invenzione della solitudine e Sbarcare il lunario, è il terzo testo di Auster a parlare di Auster. Nell’intenzione dello scrittore, esso dovrebbe essere un memoir in seconda persona che narra la sua vita, dalla nascita fino agli attuali 65 anni, attraverso le sue percezioni corporee e sensoriali del mondo. In realtà è un libro, inizialmente compatto ed interessante, che si sgretola nelle mani del lettore, che non segue un filo logico e che dà l’idea di essere stato compilato per occupare il tempo (illuminanti a tal proposito la lista dei 21 appartamenti in cui ha vissuto, descritti fino al più minimo dettaglio).

A distanza di trent’anni Auster ha scelto di pubblicare la controparte de L’invenzione della solitudine: qui a farla da padrona è la storia del suo rapporto con la madre, da pochi anni scomparsa, e il tentativo di giustificarne i comportamenti bizzarri in nome del suo amore per la libertà, ma mancano del tutto la profondità, lo stupore e la volontà di mettere in discussione il suo rapporto col mondo, che caratterizzava il primo memoir. Inoltre, se da un lato lo scrittore era un giovane trentenne motivato e desideroso di pubblicare il suo primo testo, qui vi è un invecchiato Auster che non sa esattamente cosa scrivere, ma che, di fatto, può permettersi di pubblicare senza porsi troppi problemi, visto che il nome se l’è già fatto.

E’ davvero un peccato assistere all’involuzione di Auster, uno scrittore che tanto ha appassionato e coinvolto;eppure dovrebbe essere proprio lui il primo a sapere che piuttosto di pubblicare tante cose discrete, sarebbe meglio pubblicarne solo alcune di pregevoli.

Di fatto, il problema alla base del Diario d’inverno, ancor più che la sua scrittura, la quale rimane pur sempre ineccepibile e coinvolgente, è l’assenza di un centro di narrazione che ne giustifichi la scrittura: come è stato anche da altri notato, Auster si accanisce infatti nel raccontare in maniera “drammatica” e per certi versi “traumatica” una vita che di fatto non è altro che una semplice alternanza di alti e bassi.

Tuttavia, alla fine del libro, una cosa onesta e sincera lo scrittore la dice: evidentemente conscio del fatto che non ha più l’energia e la spinta d’una volta, egli termina il suo racconto con due brevi frasi, forse più emblematiche che nella loro reale intenzione: “A door has closed. Another door has opened. You have entered the winter of your life”. 


  • Genere: Memoir
  • Altro: Traduzione di Massimo Bocchiola

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