Arti Performative

#Teatridivetro – Fibre parallele // Lo splendore dei supplizi

Renata Savo

Menzionato ai Premi Ubu, suddiviso in quattro quadri, lo spettacolo indaga alcuni tra i possibili supplizi che certi tipi umani e sociali meriterebbero di scontare.

Il mese di settembre, a Roma, quest’anno è più caldo che mai. Non è soltanto una questione di clima, ma anche di quello che bolle in pentola, e che viene servito ai tavoli della scena contemporanea.

Dopo Short Theatre il festival Teatri di Vetro giunto all’ottava edizione, per la direzione artistica di Roberta Nicolai, da una settimana – e fino al 23 settembre – sta offrendo una programmazione fresca e interessante. Stasera, ad esempio, al Teatro Vascello in scena c’è Thanks for vaselina della compagnia Carrozzeria Orfeo; il loro spettacolo si presenta da comunicato come «la storia di esseri umani sconfitti e abbattuti, un’”inculata” morbida, una violenza non esplicita».

Ieri sera sempre al Teatro Vascello abbiamo visto Lo splendore dei supplizi – ovvero, quattro castighi esemplari di Fibre Parallele (Licia Lanera e Riccardo Spagnulo) menzionato ai Premi Ubu 2013 come Miglior novità italiana e Miglior attore Under 30.

Suddiviso in quattro quadri, lo spettacolo indaga alcuni tra i possibili supplizi che certi tipi umani e sociali – La coppia, Il giocatore, La badante, Il vegano – meriterebbero di scontare.

L’indagine sulla situazione di coppia, banalotta di per sé, diverte per il modo di cui viene rappresentato scenicamente il legame tra uomo e donna: incatenati al divano come cani al guinzaglio, costretti a condividere lo stesso spazio, e nel contempo attaccati alle proprie ragioni individuali per nascondere frustrazioni più grandi. I risvolti non possono che essere comici, tra lui che è uno strambo professore di fisica che conserva le chiome intrecciate della moglie in un cassetto, e lei che si sente trascurata e consola se stessa con la sua passione per i dolci. Il supplizio inflitto per loro dal boia (Mino Decataldo), presenza scenica marginale e simbolica, è l’essere condannati a mangiare a morsi come cani la propria torta nuziale.

Il secondo quadro, in un dialetto pugliese quasi incomprensibile ai più, è interpretato magistralmente da Spagnulo, nei panni di un giocatore d’azzardo in conflitto con la propria coscienza, nullafacente e pieno di debiti fino al collo, che vive nel senso di colpa di chi non può permettersi di far celebrare i funerali di sua madre, conservata in una cella frigorifero.

Dopo l’intervallo, gli ultimi due quadri, e in particolare il terzo, La badante, sono quelli più forti dal punto di vista drammaturgico. La badante è costruito in modo impeccabile, non una parola viene detta in scena, se non quelle della voice off che esprime i pensieri di un vecchietto (l’eccellente, infallibile Licia Lanera) razzista e xenofobo, il quale dà tanto da lavorare alla sua giovane badante venuta dall’est (Riccardo Spagnulo). La scena si trasforma con finezza in una divertente partitura di gesti ben orchestrati con le espressioni facciali (anche l’imperturbabilità del volto della badante accentua l’effetto comico e il suo ruolo di vittima dell’anziano pervertito, in parte riscattato dall’assassinio dell’uomo).

L’ultimo quadro prende di mira il tipo del vegano, non permettendo però di distinguere fino in fondo chi è realmente vittima e chi carnefice: in scena c’è il “sacrificio umano” di un vegano (Mino Decataldo) per mano di due operai. Con sottile incoerenza, lamentano di non arrivare a fine mese – ma comprano una ricca spesa a base di carne e derivati animali per compiere “torture” sul pover’uomo legato a una sedia –  e sparano sentenze, luoghi comuni sul suo stile di vita, sulla sua frequentazione assidua e dispendiosa dei ristoranti vegan, giungendo addirittura a sostenere che se «il mondo fa schifo è per colpa di persone come Lei, che si preoccupano più di quello che mettono nello stomaco…».

Ora, tenendo presente che il lavoro di scrittura è in qualche modo correlato ai risultati del lavoro degli allievi che hanno partecipato ai workshop della compagnia, e considerando una certa superficialità nel modo di trattare ì temi, nonché la disomogeneità di stile tra i quattro quadri, viene da chiedersi dove finisca il contributo degli allievi e dove cominci quello degli autori; sulla base di quale criterio le singole tematiche oggetto delle quattro scene sono state scelte; e soprattutto, perché, piuttosto, non prevedere un progetto più ambizioso e lungo, una tetralogia invece di un solo spettacolo, soluzione che avrebbe consentito una durata più contenuta e un maggiore sviluppo dei temi.  I quali, difatti, sembrano buttati un po’ là, in modo approssimativo. 


Dettagli

  • Titolo originale: Lo splendore dei supplizi

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