Venerdì 28 Aprile 2017

Scrivere di Makoto Shinkai e delle sue delicate perle d’animazione, è un’impresa ardua: è come avere tra le mani un gioiello prezioso e non trovare mai l’occasione giusta per indossarlo. Ogni circostanza, ogni momento, ogni istante sembrerebbe troppo poco per darne il giusto valore. E in questo caso non basterebbe un articolo a rendere omaggio a - e non esageriamo nel chiamarli tali - piccoli capolavori come Your Name, Il Giardino delle Parole, 5 cm al secondo e l’opera prima, da poco arrivata qui in Italia, Oltre le nuvole, il luogo promessoci.

A Shinkai la famosa leggenda giapponese del filo rosso del destino piace tanto, ed è una costante che anima tutti gli incontri che avvengono nei suoi film.: in Your Name la leggenda è quasi ostentata e dichiarata, nei precedenti è sottintesa, perché al centro del cinema di Shinkai ci sono le persone e i loro incontri.

Un po’ come scriveva José Luis Borges “Ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un po’ di sé e si porta un po’ di noi. Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla. Questa è la prova evidente che due anime non si incontrano mai per caso”. La sfida dei personaggi di Makoto Shinkai è proprio quella di preservare contro le leggi dello spazio e del tempo l’incontro con l’altro, perché quell’incontro casuale diventi promessa.

In Oltre le nuvole, il luogo promessoci Shinkai spiega la natura di questi incontri: legami spirituali, storie già scritte forse, che attendevano di essere lette e scoperte pagina dopo pagina dai loro protagonisti.  Takuya, Hiroki e Sayuri si conoscevano già prima ancora di incontrarsi, iniziano a sognare mentre le loro vite sono già sognate, scritte in universo che rischia di separarli. Universi che sognano altri universi. Possibilità su possibilità, di cambiare le storie, immaginare quegli stessi incontri secondo traiettorie sempre nuove e diverse, ma destinati comunque ad incontrarsi. Incontri necessari e unici, tali perché uniche e insostituibili sono quelle persone che ci cambieranno per sempre, e alla luce di chi crede in un legame spirituale Shinkai in Oltre le nuvole lascia che Hiroki e Sayuri si cerchino incessantemente, nella realtà, nei sogni. E’ un legame spirituale che va oltre lo spazio e il tempo, non è bisogno, non è desiderio, non è necessità e neppure dipendenza. E’ un legame disinteressato, è la consapevolezza di aver scelto di percorrere insieme un viaggio, di aver scelto lo stesso sogno: il viaggio verso il luogo promesso. Con Oltre le nuvole si diramano tre strade, che Shinkai sviluppa nei suoi tre film successivi che raccontano di incontri speciali.

Nel giardino delle parole, l’opera più armoniosa e matura da un punto di vista narrativo, Shinkai onora la bellezza e lo sconvolgimento capace di generare un incontro tra due persone apparentemente lontane e diverse per sesso ed età ma che cercano il loro posto nel mondo. La forza dei film di Shinkai è nella sua capacità unica di darci insieme dolce ed amaro, perché Il Giardino delle Parole è un film positivo solo in apparenza: per tutto il film assistiamo all’incontro tra un ragazzo ed una professoressa e allo svilupparsi di un rapporto che ci appare sincero, fino a quando ci accorgiamo che uno dei personaggi ha giocato a carte coperte. E allora lì c’è lo scontro, la rivalsa, lo scoppio, la delusione di chi nel vivere i rapporti umani si apre, si dona, si denuda per alimentare radici, ma nell’atto di amare, abbandonatosi alla voglia di amare, si scontra con la dura realtà che per conoscere davvero qualcuno bisogna camminare in due, in un donarsi reciproco. Incontrarsi è un gioco difficile, che richiede non solo coraggio ma anche abbandono, fiducia nella persona e persino nel caso.

Se nel Giardino delle parole c’è il rischio che comporta incontrare l’altro e il suo mondo, in Your Name c’è un altro tipo di maturità: quella di chi affronta e sta alle regole del gioco dell’amore con un pizzico di leggerezza, espressa attraverso un montaggio nuovo all’universo di Shinkai. Messe da parte le dissolvenze a capitolo, è un montaggio dinamico che si regge sul filo della musica a dare dinamicità e appunto leggerezza, alla storia di Taki e Mitsuha: perché l’Amore è fatto anche di ritardi, di attese, di fuori tempo alla ricerca disperata del momento giusto.

E se l’ingrediente di questo gioco è la complicità, la cura e la pazienza, allora come ci ricorda bene qualcuno un nome è solo un nome, perché “Cosa c’è in un nome?Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”. Dalle notazioni di Shakespeare,  in fondo nella corsa ad incontrarsi nel tempo e nello spazio giusto, assaporando l’amara dolcezza dell’attesa, c’è anche un po’ di Calvino quando scriveva nei suoi Amori difficili “M’accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me”. E’ il motto di Mitsuha, la più coraggiosa delle eroine di Shinkai. Una ragazza che sa aspettare, prendere, ma anche farsi da parte quando capisce di dover uscire di scena, perché quel filo rosso bisogna stringerlo in due.

E quel filo può anche spezzarsi. 5 cm al secondo è il film più duro e difficile di Shinkai, nella sua cruda e nuda verità su l’irreversibilità di alcuni eventi della vita. Una storia d’amicizia e poi d’amore a distanza, viene sommersa nel trascorrere del tempo dai petali rosa dei fiori di ciliegio che ne rievocano il ricordo. La poetica dei luoghi, degli oggetti e i colori pastello, marchio di fabbrica del regista giapponese sono qui di una bellezza e una poesia disarmante. Era solo la seconda opera di Shinkai, ma nella sua galleria di storie è di certo la più intensa, toccante e vera.

Pubblicato in Cinema

Piccoli Crimini Coniugali è un concentrato di cinismo, noir dai toni un po’ vintage e contemporanei – indimenticabile l’arredamento maledettamente narcisista della casa/ring – e infine di risolutezza più che speranza.

Noto maggiormente a chi è cresciuto a pane ed Mtv, Alex Infascelli non si fa mancare nulla nel suo Piccoli Crimini Coniugali, che segna il suo ritorno sul grande schermo. Regista, ma anche sceneggiatore, montatore, curatore della colonna sonora, è l'artefice di un film che è stato definito atipico nel panorama attuale del cinema italiano, inserendosi perfettamente in un quadro di svolta tutt’ora in atto, ovvero di unn cinema che cerca di rimettersi in discussione provando a raccontare il presente senza mai dividere pubblico e privato, ma anzi cercandone delle segrete connessioni per interpretare le forze che muovono la realtà.

Atipico questo film un po’ lo è, perché questa dinamica di sviluppare il dramma, molto borghese, di una coppia pronta a massacrarsi non è una narrazione cinematografica di cui il nostro cinema si è avvalso tanto. La prova d’attore della coppia Margherita Buy- Sergio Castellitto colpisce: volano coltelli silenziosi tra loro, tantissime parole avvelenate ma poca corporeità e gesti. Questo perché il regista, durante le riprese, ha lasciato ai due attori la possibilità di costruire e decostruire i personaggi, tratti dall’omonima pièce teatrale di Eric-Emmanuel Schmitt; il risultato è un incontro che non arriva mai ad un scontro violento se non in maniera verbale. Una scelta senz’altro spiazzante, ma che ottiene degli effetti di suspense notevoli.

Forse è anche per questo che Piccoli Crimini Coniugali è stato riconosciuto come un’operazione rischiosa, poichè snatura un po’ i classici drammi borghesi di coppia a cui siamo abituati almeno in Italia, fatti di urla disturbanti e gratuite. Qui invece la coppia alza la voce proprio quando è inevitabile lo faccia. I personaggi si esprimono attraverso l’implosione, l’esplosione la mettono da parte, la nascondono o la sublimano. E soprattutto non c’è una linea di demarcazione tra il vero ed il falso. Lui ha perso davvero la memoria? E lei non potrebbe aver finto di non aver capito il suo gioco? E se tutto questo gioco di (s)mascheramenti fosse un miele da gustare lentamente per fare un passo indietro, superare quella cecità cruda di cui parlava José Saramago? Non si diventa ciechi, è che si sceglie di non vedere, si è “ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

Colpisce allora due volte il rischio che corre Alex Infascelli. Una prima volta perché sceglie di portare sul grande schermo una storia che salva la coppia e non la vuole distruggere. E’ uno sguardo nuovo, concreto e risoluto quello di Infascelli, un perfetto mix di strategie passate e presenti per permettere ad una coppia di sopravvivere nell’era dell”amore liquido”, e non può che essere lo sguardo di un cinquantenne.

Nella coppia Buy-Castellitto c’è l’irrequietezza del presente, la rassegnazione di lui che le dice “Amare è una fantasia che non appartiene ai nostri tempi”, la caparbietà di lei nel cercare non tanto di cambiarlo ma di metterlo di fronte a se stesso per cercare insieme un compromesso. Ma c’è anche la saggezza del passato, quando si preferiva riparare piuttosto che rompere. Ed è una forma di cura e di conoscenza anche quella. Ma soprattutto si contempla il perdono, una parola oggi quanto mai pericolosa e a cui non riusciamo a credere più, nel dirla e nel farla reale.

Ed è in questo che Piccoli Crimini Coniugali colpisce: in un film di Ferzan Ozpetek questa coppia probabilmente avrebbe preferito struggersi e distruggersi, cibarsi di ricordi, in una classica commedia italiana sarebbe scelto saggiamente di far finta di nulla, ci si sarebbe cullati nella rassegnazione che alla realtà non ci si può sottrarre.  Infascelli invece scegliendo un testo del genere prova a dare un’altra soluzione: comprensione, perdono e ripristino. Alla malinconia della grande commedia all’italiana preferisce il mistero, un’altra rassegnazione, quella secondo cui alcune circostanze non possono sempre rimandare ad azioni logiche.

Bisogna cogliere allora il mistero di un’azione, guardarla in faccia e decidere insieme se disinnescarla oppure no, e forse proseguendo su un cammino di complicità comune qualche risposta potrà anche arrivare inaspettata. Così si inizia a giocare, rischiare, ricordare, per scoprire insieme se sotto le briciole è rimasta un po’ di quella curiosità verso l’altro che dapprincipio anima ogni rapporto di coppia: forse se il gioco va avanti per molto, qualcuno la risposta già la conosce.

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