Domenica 26 Marzo 2017
Sabato, 25 Marzo 2017 10:20

Valentina D'Andrea // L'Una dell'Altra

Al Teatro Due di Roma fino a domenica 26 marzo, uno spettacolo per riflettere sulla presenza dell'altro e sopravvivere all’alta marea dell’esistenza

 

 

Le paure, i drammi, le paranoie, i sogni, le angosce e le delusioni di due giovani donne fluttuano leggere in una notte qualunque e inaspettatamente si fondono, si affrontano e si confrontano ai margini di una panchina, nell’intenso, struggente, potente e attuale spettacolo di Valentina D’Andrea, L’Una dell’Altra, in scena al Teatro Due di Roma nell’ambito della rassegna “Lei- Attraversamenti in territori femminili”.

Due ragazze, Pina e Lucia, una giornalista e un’aspirante cantante, si ritrovano all’uscita di una discoteca, sole, con il peso delle loro vite sulle spalle, stanche, disorientate, in attesa di un autobus, di un mezzo che le riporti a casa, o meglio via, in un altrove dove poter finalmente ritrovare la serenità, essere se stesse, essere amate. Sono completamente diverse: l’una razionale, all’apparenza fredda, distaccata, atea, anoressica d’amore, chiusa nella sua gabbia mentale, nei suoi piani, nelle sue rigide liste; l’altra esuberante, logorroica, sognatrice, passionale, istintiva, credente, bulimica di sesso. Diametralmente opposte, eppure entrambe soffocate dallo stesso male, tutte e due bisognose di quello sguardo, di quegli abbracci, di quelle attenzioni che hanno sempre desiderato e mai avuto. Si annusano, si osservano, si studiano per poi avvicinarsi e lasciarsi andare a un flusso di pensieri e stati d’animo, svuotando le loro teste, i loro cuori, i loro cassetti della memoria. Ripercorrono le proprie esistenze a ritroso, come i gamberi, per arrivare al nucleo centrale dei dei loro problemi, a quelle madri anaffettive o troppo ingombranti, a quei padri assenti o indifferenti, a quei genitori che con i loro comportamenti hanno segnato e segnano per sempre il destino e il futuro dei propri figli. Si susseguono riflessioni sulla vita, sugli uomini, sul lavoro, sul quotidiano, il particolare e l’universale, il concreto e l’onirico, e poi ci sono i sogni, quei sogni infranti, che talvolta si teme di affrontare e raggiungere, oppure ci si ostina a inseguire.

Pina e Lucia non hanno una meta, sono disperate, stanno affogando in una vita che è come un mare imprevedibile e impetuoso, che culla, sbatte e risucchia, ma insieme si aggrappano l’una all’altra e imparano piano piano a nuotare, a restare a galla tra le onde dell’esistenza.

 

Flavia Germana De Lipsis e Valentina D’Andrea sono protagoniste assolute e impeccabili di una scena praticamente vuota che si riempie però di parole cariche di sensibilità ed emotività per trasformarsi in immagini ed evocare luoghi dell’anima e angoli di infinita dolcezza. Sono intense, ironiche, a tratti brillanti, profonde, si esaltano e si valorizzano a vicenda nella loro diversità, facendosi portavoce di una drammaturgia moderna e coerente, mai banale, sempre pertinente, che parla al cuore e alla pancia degli spettatori, per portarli a riflettere, sorridere, commuoversi. Un dramma contemporaneo e psicologico scritto e diretto dalla stessa Valentina D’Andrea, compenetrato di energia, lirismo, ritmo, colori, luci e ombre. Dolori, speranze, sogni di gloria, passato e presente, si rincorrono, si sposano, si liberano e si lasciano andare, mettendosi nero su bianco, ponendo tutti davanti ai nostri limiti, ai nostri ricordi, dubbi, desideri e incertezze. L’Una dell’Altra si rivela, dunque, un’originale lezione di sopravvivenza per non annegare di fronte alle complicate tempeste esistenziali che ognuno si ritrova ad affrontare nella vita.

 

 

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Il 13 e il 14 febbraio è andato in scena a Roma, al Teatro Parioli, all’interno della rassegna “Parioli in danza”, L’uomo dal cervello d’oro di [RITMI SOTTERRANEI] contemporary dance company, uno spettacolo che mette in campo saperi e linguaggi differenziati grazie al coinvolgimento di figure artistiche diverse, dalla coreografa Alessia Gatta, all’artista visiva Viola Pantano, al coreografo Marco Angelilli, che qui ha curato la drammaturgia, al light designer Daniele Davino, alle note del gruppo post-rock Mokadelic.

Abbiamo chiesto ad Alessia Gatta di parlarci di questo progetto, in attesa della sua presentazione al Busan International Dance Festival di Seoul prevista per luglio 2017.

L'uomo dal cervello d'oro: a chi o a che cosa allude il titolo?

Racchiudere in una o pochissime parole i concetti che volevo esplorare con questo nuovo lavoro non era impresa facile, eppure L’uomo dal cervello d’oro è arrivato quasi da sé. La produzione artistica è sempre preceduta da una serie di incontri. Al mio fianco, Marco Angelilli e Viola Pantano, artisti e fedeli collaboratori.

Volevamo lavorare su un progetto che avesse la valenza di un contenitore perché venivano fuori idee e suggestioni in maniera disordinata e questo non ci dispiaceva affatto. Dopo un po’ di tempo ci era sempre più chiaro che il lavoro stava prendendo una piega molto diversa dal precedente, pur mantenendo una stessa matrice di identità e linguaggio, e ci siamo fatti guidare dall’istinto e da un po’ di incoscienza.

È stato per me un momento delicato, volevo raccontare una danza che arrivasse a tutti ma sentivo l’irrefrenabile bisogno di buttarci dentro qualcosa di estremamente personale. Pensavo intensamente a mio padre, che avevo perso da pochissimo e ho deciso che dovevamo partire da un punto ben preciso, un ricordo che avevo e che mi aveva segnata profondamente. Il 31 Luglio 1992 mi trovavo presso il KSC (Cape Canaveral-USA) per il lancio dello space shuttle “Atlantis” per il quale mio padre aveva lavorato. Quel ricordo ha suscitato in me una serie di domande: come ci si prepara a un momento del genere? Come si sarà preparato mio padre ad essere uno degli autori e come ci si prepara ad essere una giovane spettatrice di un evento così importante? All’epoca avevo 17 anni. Da queste domande sono nate delle immagini, dei percorsi e una linea di confine tra la scienza e la meraviglia.

In uno degli ultimi incontri la musica sovrastava le parole e la stanza era cosparsa di appunti, immagini, poesie e nella confusione, Viola ci stava parlando di alcune sceneggiature che voleva mostrarci, scritte da suo zio, Melchiade Coletti, intorno agli anni ‘70. Tra la pila di fogli spunta la copertina di un trattamento per un film giallo-poliziesco.

L’uomo dal cervello d’oro si era palesato a noi come un’apparizione, ci siamo guardati e abbiamo esclamato: è perfetto!

Era la sintesi di tutti i flussi di parole che avevamo percorso fino a quel momento.

Il progetto, di [Ritmi Sotterranei], nasce dall'incontro tra personalità provenienti da ambiti assai diversi: da te, che sei la coreografa, al light designer Daniele Davino, dalla band musicale Mokadelic all’artista visiva Viola Pantano, da Marco Angelilli che ha curato la drammaturgia, a danzatori e performer di nazionalità e background differenti. Com'è stato possibile quest’incontro?

È risaputo che il cervello è una macchina meravigliosa e se c’è qualcosa che può superarla di sicuro risiede nell’insieme di più cervelli.

Gli incontri artistici si sono susseguiti in maniera naturale. In un lavoro c’è sempre una buona dose di fortuna che va considerata e attesa. Con Viola, che oltre a essere una danzatrice del mio nucleo stabile è stata autrice di Cosmic Tides, progetto espositivo satellite allo spettacolo, e Marco che ha lavorato al mio fianco nella stesura del lavoro, nella direzione drammaturgica e con gli interpreti - per le parti teatrali - la collaborazione è consolidata ormai da molti anni. Nel periodo di progettazione dove tutto era ancora da definire stavo lavorando alla coreografia per un videoclip al limite tra il pop e la videoarte (Dust and Light - di VVcreativepersonalities) e il montatore, parlando del mio nuovo progetto mi ha suggerito, una volta comprese le mie esigenze visive, di contattare Daniele Davino che lui conosceva e stimava molto. Dopo pochi giorni Daniele ha sposato il progetto L’uomo dal cervello d’oro e da lì è stato uno scambio continuo di suggestioni che ci hanno portato a definire le ambientazioni dello spettacolo. Per i Mokadelic è stato molto semplice, conoscevo il loro lavoro dal film del 2008 Come Dio comanda di Salvatores e poi inevitabilmente per la colonna sonora, nota al grande pubblico della serie Gomorra. La scorsa estate sono stata ad un loro concerto dove presentavano in parte anche brani tratti dall’ultimo album e in quell’istante mi sono accorta che le loro sonorità erano completamente in linea con gli intenti del progetto che avevo in mente.

Il loro Chronicles è un doppio album suddiviso in due capitoli: il primo, di ispirazione post-rock e il secondo, elettronica. I due volumi rispecchiano diversi approcci alla musica, uno umano, caldo e naturale, l’altro duro ed elettronico. Tutto questo collima in maniera evidente con la nuova produzione che esplora l’incontro tra una danza da laboratorio fatta di tempo, materia e spazio, di ragionamento e rigore e una danza interna, organica ed emotiva.

La scelta di un cast internazionale, composto da elementi di diverse estrazioni tecniche e interpretative, è stata un’esigenza avvertita fin dal primo momento. Per L’uomo dal cervello d’oro, e per la maggior parte dei miei lavori, avere volti e storie molto diverse tra loro è una caratteristica costante, e in fondo credo che questo sia dato dal fatto che vorrei sempre riportare sulla scena un estratto della società di cui facciamo parte. È una sorta di dovere che sento nei confronti della contemporaneità. Gli interpreti dello spettacolo sono otto, quattro di loro sono stati selezionati con una call internazionale; gli altri quattro fanno parte del nucleo stabile dei [Ritmi Sotterranei]. Prediligo lavorare con danzatori differenti per stile, fisicità e interpretazione. In generale, mi affascinano quelli che emotivamente si lasciano coinvolgere molto e sono disposti a mettere a disposizione non solo abilità tecniche, ma soprattutto personalità. 

Il formato dello spettacolo sembra affondare radici nella sperimentazione della danza postmoderna americana, cui non è insolito il tema della macchina, e soprattutto delle possibilità di ibridazione tra linguaggi diversi. Quali sono stati i modelli di ispirazione del lavoro? Che tipo di confronto vi è stato tra le figure professionali coinvolte?

Il tema della macchina è senza dubbio presente, siamo circondati e intrisi di rimandi visivi e psicologici a questo tema. Molti degli immaginari ai quali facciamo riferimento non sono radicati nella danza, ma partono senz’altro da forti riferimenti cinematografici, trascorsi visivi che fanno parte di una riflessione collettiva e, forse, senza tempo. Volevamo parlare di molte cose, pur non perdendo di vista la danza e il teatro come linguaggi principali e senza incentrare tutto esclusivamente sulla fantascienza. Mi piace credere che lo spettacolo sia come un ricordo di un film visto molto tempo fa, di cui conserviamo alcuni frame e altri li abbandoniamo con il passare del tempo. È il nostro cervello a compiere una missione speciale nel ricostruire una storia. Quando raccontiamo qualcosa di recondito, scomponiamo il senso cronologico degli eventi e diamo vita ad una storia nuova. Lo spettatore non può esonerarsi dall’interpretazione, questi frame dovrebbero condurlo in direzioni diverse; non so stabilire quali, perché questo dipende dal suo background. L’uomo dal cervello d’oro è un viaggio di 60 minuti a bordo di una DeLorean; vogliamo dare allo spettatore i mezzi, mentre il resto si prolunga nella sua mente, nella sua coscienza. Il "se" presunto è un sintomo che slancia lo sguardo dal piano visivo a quello del visibile, ovvero alla probabilità che il vedere ha congiungendosi con l’immaginario. Negli ultimi cinquant’anni, anche considerando la diffusione dei nuovi media, il tema della fantascienza è stato approfondito da molti artisti.

La ribellione della creazione artificiale nei confronti del suo creatore in film come Il mondo dei robot (1973) di Michael Crichton che si è evoluto nell’attualissima serie tv statunitense Westworld - Dove tutto è concesso; l’esistenza, le passioni, l’amore e il dolore nella poesia della Szymborska che si ascolta nello spettacolo; la destabilizzazione della società e dei sentimenti umani di Black Mirror, hanno sicuramente avuto un ruolo di spessore nel guidare lo spettacolo verso strade inaspettate e velate di meraviglia.

Tra gli artisti che hanno collaborato al progetto c’è stata una forte sinergia e una volontà di scambio che contraddistingue senza dubbio il lavoro della compagnia. I ruoli restano ben distinti perché crediamo che un lavoro ambizioso, senza ordine, possa perdere la sua produttività, ma questo non prescinde dall’instaurare uno scambio sano dove la musica incontra lo spazio, che a sua volta che ospita i danzatori stimolati a partecipare attivamente alla fase di creazione.

Il rapporto tra tutti noi è stato intenso e, a tratti, positivamente tormentato. Un unico comune denominatore: la volontà di spingersi oltre!

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Nello spazio della Scuola Kataklisma di Roma, dimora creativa della compagnia Frosini/Timpano, si svolge in questi giorni "Corpo scritto”, progetto laboratoriale a cura di Daniele Timpano ed Elvira Frosini rivolto a drammaturghi ed attori-autori: per l'occasione, la coppia di attori, drammaturghi e registi (neanche troppo tempo fa ha debuttato un nuovo spettacolo che li ha visti dirigere la compagnia piemontese del Teatro degli Acerbi) hanno trascinato nel loro turbine creativo anche il critico Attilio Scarpellini.

Impegnati a seguire e a documentare il progetto, abbiamo posto alcune domande ai tre curatori.

 

Dalila D'Amico: Come si inserisce “Corpo scritto” nel corpus dei vostri spettacoli?

Daniele Timpano: Si lega anzitutto “biograficamente”: è un laboratorio che conduciamo da anni, da prima che ci conoscessimo Elvira era già impegnata in questo progetto, che portiamo avanti insieme da quando ci siamo conosciuti.

Elvira Frosini: In particolare, questo laboratorio di scrittura si lega ai nostri spettacoli perché è un tipo di lavoro che ci appartiene, che sperimentiamo e pratichiamo quando scriviamo su noi stessi o sui corpi di altri attori. Alla base del laboratorio c'è l’interazione tra noi e i partecipanti: mettere in pratica insieme questa modalità di scrittura performativa, mettere in scena un lavoro che, dalla fase realizzata a quella performativa, è il risultato di una serie costante di stimoli.

 

Dalila D'Amico: E i partecipanti?  

Elvira Frosini: I drammaturghi i li abbiamo scelti attraverso un bando, ricevendo i loro curriculum e lavori precedenti, seguito da un colloquio, una chiacchierata per conoscerci. Gli attori invece, sono nostri allievi della scuola di formazione per attori-performer, che si tiene annualmente da ottobre a giugno.

 

Dalila D'Amico: Come si traduce la parola in corpo, e il corpo in parola?

Attilio Scarpellini: La parola in corpo si traduce attraverso gli attori, nel momento in cui gli attori vengono a contatto con i testi e cominciano a lavorare alle loro improvvisazioni sui testi. In quel momento la parola, che nel testo ha avuto il suo massimo compimento, ha un punto di caduta, e quel punto di caduta è il teatro.

Abbiamo operato nell’unico modo possibile: lasciando a tutti la libertà di scrivere sui tre temi su cui è impostato il laboratorio, per lavorare su quella che è la linea personale di ogni autore.

 

Bernardo Tafuri: “Dio, patria, famiglia” è l’oggetto del lavoro drammaturgico. Come si declinano?

Attilio Scarpellini: Una declinazione che abbiamo sotto gli occhi: qualsiasi cosa se ne pensi, queste tre parole, che sembravano essere state esiliate dalla società liberale e liberista, stanno facendo prepotentemente ritorno. Ad esempio, si guardi come Dio faccia irruzione nel mondo contemporaneo, da una parte attraverso gli integralismi religiosi e i movimenti che ad integralismi religiosi si ispirano, dall’altra nelle società laiche e secolarizzate... è ormai il grande tema della storia degli ultimi quindici anni.

Quello della famiglia, fin dall’età classica, è un tema centrale nel teatro... una realtà sempre più dispersa, che tende a ridefinirsi e riorganizzarsi. In mezzo, la questione della identità sessuale e dell’identità di genere.

 

Bernardo Tafuri: C’è una gerarchia, una scala valoriale dietro questi concetti?  

Attilio Scarpellini: La mia impressione è che la gerarchia sia oggi rovesciata: si partiva dalla famiglia per arrivare, tendere, a Dio. Mentre la gerarchia dal punto di vista valoriale è Dio, Patria, Famiglia; cioè, va dall’alto verso il basso. Tutto in realtà è stato molto confuso, ridefinito, attraverso il tema dell’identità. Molti movimenti che oggi parlano di Dio, ne parlano in termini meramente identitari.

Non è tanto il problema della fede, quanto quello dell’appartenenza comunitaria; di riattraversare la memoria per andare oltre l’identità, riattraversare una memoria che le identità liquide pensano di aver superato, sublimato, insomma... di essere andate oltre. Ciò non è avvenuto. Questo spiega perché nella società della liquidità si sviluppi un’insicurezza esistenziale sempre maggiore.

 

Dalila D'Amico: In questo senso... il teatro. 

Attilio Scarpellini: Il teatro oggi è l’unica forma cerimoniale sopravvissuta. Se la distanza è veramente quella di cui parla Agamben, tra “fuoco e racconto”, il teatro corrisponde ancora al fuoco. Non è un rito religioso, ma senza dubbio, nel teatro, qualcosa, un elemento di sacralità profanata, rimane. Questo è importante. Seppur nella società dello spettacolo il teatro sia sempre più un'entità marginale, esso resta l’unica arte che si fa "tra gli uomini", dal vivo e senza corpi virtuali o mediati.

 

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[RITMI SOTTERRANEI] contemporary dance company mette in scena “L’UOMO DAL CERVELLO D’ORO”, atto unico di 60 minuti, presentato in anteprima nazionale il 14 e 15 febbraio 2017 per la rassegna "Parioli in Danza", a cura di Aurelio Gatti, presso il Teatro Parioli di Roma. Lo spettacolo è prodotto dal Centro per lo studio e la ricerca della danza contemporanea [MATRICE] N, residenza stabile della compagnia. Il Teatro Parioli si costituisce come prima tappa del percorso della compagnia che presenzierà al Busan International Dance Festival di Seoul a luglio 2017.

L’UOMO DAL CERVELLO D’ORO” nasce da un’esperienza personale della coreografa Alessia Gatta. Era il 31 Luglio 1992 quando diciassettenne, assisteva al lancio dello space shuttle Atlantis, presso il KSC (Cape Canaveral-USA). Il ricordo apre a delle domande che si traducono in partitura corporea e musicale: "Come ci si prepara ad essere autori di uno spettacolo del genere? Quale l’aspettativa di chi si ritrova coinvolto in un momento così unico senza una particolare preparazione scientifica se non il desiderio giovanile di conoscere?", il confine tra scienza e meraviglia diventa una coreografia che esplora il tempo, la materia e lo spazio. Architettura rigorosa e circolazione sanguigna.

La tessitura coreografica prende il via dal semplice movimento di alzare la testa e guardare in alto, per poi svilupparsi attorno alla drammaturgia testuale di Marco Angelilli. Quest’ultimo si è basato sulle poesie di Wisława Szymborska per fornire ai danzatori un terreno di sperimentazione gestuale e vocale. Il risultato è una danza che sonda distanze e punti di incontro tra spazio e tempo, suoni e gesti, persone e linguaggi. Lo spettacolo vanta infatti la collaborazione di diverse personalità artistiche: il light designer Daniele Davino cura un allestimento scenico che si fa portavoce della dimensione rarefatta e sospesa cui la partitura coreografica rimanda. Le ambientazioni musicali sono affidate alla navigata band Mokadelic, nota al grande pubblico per aver composto la colonna sonora della serie Sky “Gomorra”. Per “L’UOMO DAL CERVELLO D’ORO” la band ha composto un tessuto sonoro animato da tinte post-rock, neo-psichedeliche e suggestioni ambient. Inoltre, l’artista visiva Viola Pantano ha realizzato una serie di opere fotografiche e installative che confluiranno in un progetto espositivo satellite allo spettacolo. Infine a suggellare la vocazione eclettica di quest’ultima produzione di Ritmi Sotterranei è la presenza di danzatori internazionali (Francia e Corea).

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Roma est. Tra il quartiere del Pigneto e l’inizio della Casilina Vecchia, c’è il Mandrione che prende il nome dall’omonima strada che lo attraversa. Il Mandrione degli sfollati che lo hanno occupato nel dopoguerra, e poi degli zingari, degli accattoni raccontati da Pasolini.

Proprio all’imbocco di questa via, al civico 3, c’è un circolo Arci, il Trenta Formiche, uno di quei posti dove il termine underground viene rispettato in tutte le sue declinazioni. L’aspetto da bunker, lo spazio che ti invita a essere esplorato con l’impressione che tu stia discendendo, andando sempre più giù, in un cuore sotterraneo che accoglie e promuove diverse iniziative, tutte sotto la parola d’ordine di “produzioni indipendenti”.

Sembrerebbe difficile, quasi impossibile, in questa Roma Capitale, trovare luoghi che disertino la propria predefinita inclinazione e che siano in grado di essere contenitori di diverse e molteplici iniziative. Tutto perché siamo estremamente legati a dei concetti, a delle etichette; così poco abituati a contemplare la coesistenza di svariate possibilità artistiche, sia come ideatori sia da spettatori.

La curiosità, in questo caso, potrebbe nascere spontanea, quando a promuovere una rassegna teatrale non è il posto noto e rassicurante che tutti ci aspettiamo, il bell’edificio teatrale o il circolo culturale elitario, ma un locale che generalmente ospita serate di musica non proprio da camera, proiezioni cinematografiche che gratificherebbero il più infervorato dei cinefili appassionato di introvabili titoli o esposizioni d’arte che non si preoccupano di identificarsi in uno spazio museale, ma che si “accontentano” di mostrarsi e cercare un incontro, un riscontro.

Potrebbe sembrare bizzarro o forse assolutamente naturale che dall’incontro di Mariagrazia Pompei, attrice, drammaturga e regista teatrale, con i soci del sopracitato Arci, Giuseppe Giannetti, Alessio Giammarino e Erio Distratis, sia nata la rassegna Formicola Teatro, partita per il terzo anno al principio di dicembre e che prevede un appuntamento settimanale, ogni mercoledì, fino alla fine di gennaio.

 

Com’è nata l’idea di Formicola Teatro?

Mariagrazia Pompei: Tre anni fa, nel 2014, mi ritrovai a chiacchierare con Alessio Giammarino durante una serata al Trenta Formiche. Mi piacevano le loro iniziative culturali, tra concerti, cineforum etc., ed insieme abbiamo cominciato ad organizzare la rassegna. Essendo io attrice e lavorando come regista e drammaturga teatrale, sentivo che c’era necessità di aumentare gli spazi considerando che ci sono molti professionisti, tra i 30 e 40 anni, che hanno sviluppato il loro percorso e la loro poetica in anni di esperienza, ma che non sempre incontrano il favore dei teatri istituzionali, dato che, nel nostro ambiente, non è facile agganciare un teatro Stabile o ottenere una distribuzione. Ho cercato di creare una rassegna che potesse diventare un punto di riferimento per gli artisti e anche un luogo di incontro, scambio, confronto, con impronta definitivamente autoriale. Tutte le compagnie che ospita il Formicola Teatro, infatti, scrivono, dirigono e interpretano i loro spettacoli. Tutto questo cercando di sviluppare un linguaggio personale.

Come è cresciuta la manifestazione in questi anni?

Giuseppe Giannetti: L’idea iniziale era di inserire performance fortemente sperimentali durante una classica serata del Trenta Formiche. Cinque anni fa ospitammo uno spettacolo di Mariagrazia e fu la prima volta che vidi un lavoro che rispondeva a queste caratteristiche. Il progetto in sé per sé ci è talmente piaciuto che abbiamo deciso di creare un contenitore con un nome specifico, che potesse esprimersi al TF ma anche altrove. Un punto di riferimento per attori e registi: questa idea ci entusiasmava. L’obiettivo principale era cercare di far appassionare al progetto anche persone che, in teoria, al teatro non sono interessate e fare in modo che anche questo linguaggio riuscisse a essere importante e comunicativo per chi frequenta il TF, per la musica, per il cinema, per bere o altro.

Forse non avremmo dovuto tralasciare l’idea iniziale di inserire gli spettacoli in estemporanea e di non relegare il Formicola Teatro solo ad alcune date, ma stiamo ancora facendo dei tentativi per trovare la giusta formula.

Il TF lavora da sei anni così. Ogni volta sappiamo che il proposito principale è quello di coinvolgere persone eterogenee per proporre nuovi linguaggi. Ci sono sempre degli ostacoli, non è sempre facile ma la perseveranza premia. Sappiamo che genere di proposta i nostri soci si aspettano da noi, ma la sfida è anche quella: cercare di cambiare l’idea che normalmente si ha della fruizione dell’arte. Sicuramente dovremmo lavorare maggiormente per far entrare nei nervi della gente questa idea e smuovere dal basso, a prescindere dal contesto.

M.P.: Tre anni difficili, ma pieni di soddisfazioni... La necessità era quella di sconvolgere un po’ le carte per far entrare il teatro in un locale, per associare la fruibilità di uno spettacolo, non necessariamente legata a un luogo deputato, a uno spazio non ordinario; la scommessa quindi è stata andare a cercare nuove persone che potessero usufruire del teatro in maniera più veloce.

Sicuramente è importante capire che il teatro è molto distante dalle persone in questo momento storico. L’accesso è complicato perché i biglietti sono molto costosi, raggiungere i luoghi teatrali non è facile, e va da sé che si crei un pubblico di settore.

Siamo ancora in una fase di sperimentazione. Sarebbe interessante cercare di trascinare anche il quartiere che però ha altre età ed esigenze. Magari, pensando di cambiare l’orario delle rappresentazioni oppure spostando il Formicola Teatro, nel periodo estivo, nel parco adiacente le mura della Casilina Vecchia.

C’è, secondo voi, la possibilità concreta di creare uno spazio diverso e una rete umana sostanziale?

G.G.: Il coinvolgimento del rapporto umano è alla base di queste esperienze artistiche. Per la seconda rassegna, per esempio, abbiamo provato ad invitare attori non romani, compagnie itineranti. L’organizzazione è stata decisamente più complessa, perché i costi sono maggiori, gli artisti non sono conosciuti e una piccola fetta di pubblico si riduce; nonostante ciò, credo siamo riusciti nel nostro intento creando un piccolo circuito nazionale.

M.P.: Quello che posso dire è che il nostro esperimento cerca di non ricreare due mondi separati, quello della musica e quello del teatro, ma tenta di fondere i diversi ambiti. Uno degli intenti che abbiamo avuto nella scelta del repertorio di quest’anno è stato quello di includere spettacoli che avessero un riferimento musicale. Potrebbe essere un ibrido creato apposta per lo spazio del TF, un tipo di rappresentazione che includa molto di più l’elemento musicale, che possa magari sfociare anche in un concerto. Ci piacerebbe che la gente avesse la possibilità di rilassarsi, magari arrivare e prendere una birra, vivere di più il momento d’incontro. Anche la modalità di partecipazione economica, tramite la sottoscrizione libera, rispecchia la volontà di permeare l’esperienza teatrale come se si uscisse normalmente, per godere di una serata di qualsiasi genere. Un episodio che vorrei raccontarti è stato l’incontro con la regista Veronica Cruciani e le attrici Maria Paiato e Arianna Scommegna, quando erano in scena al Teatro India con lo spettacolo Due donne che ballano. In quell’occasione, ho potuto constatare come un pubblico molto diverso si sia radunato spontaneamente in un locale frequentato da un certo tipo di persone.

Azzardo: Trenta Formiche come produttore indipendente di situazioni artistiche?

G. G.: Questo già avviene ma bisogna ancora lavorarci. Abbiamo scarse risorse ma non ci manca la volontà. Lo spettacolo nato all’interno del TF Una vita a matita, di Quinzio Quiescenti e Lorenzo Covello è stato per noi motivo di soddisfazione. Continuo a leggere ottime recensioni e so che sta girando molto.

A Roma non conosco uno spazio che racchiuda diverse anime e speriamo che questa possa essere l’occasione giusta per riuscirci. Il proposito è quello comunque di dare una continuità a questo progetto, magari uscendo dall’idea del festival che dura soltanto per un periodo predefinito, facendo sì che possa essere un appuntamento che si ripete con maggiore frequenza e che accompagna tutto l’anno il TF.

L’appoggio e il supporto che diamo a questa rassegna non ha nessun tipo di tornaconto economico. Lo facciamo soprattutto perché crediamo nel valore del progetto. Quest’incontro ci ha dato l’occasione di creare qualcosa di diverso ma che sia affine alla nostra idea di proposta artistica. Il TF come luogo che concede la possibilità ad artisti, soprattutto emergenti, di potersi esprimere.

M.P.:Il Trenta Formiche e il Formicola Teatro sostengono e hanno sostenuto alcuni spettacoli nati all’interno della rassegna e molti dei lavori di Attoprimo, la compagnia che dirigo in collaborazione con Valerio Marini, che è mio assistente alla regia e coautore di testi.

Non è così utopistico muovere qualcosa e farlo con i nostri mezzi: sicuramente, bisognerebbe smettere di pensare al teatro come un lusso. Credo che questo sia un bell’ibrido, una bella sperimentazione, un incontro. Bisogna capire come far combaciare le diverse realtà.

Va anche considerato che non stiamo parlando di uno spazio teatrale attrezzato, non è una sala prove. Anche questo è un nostro proposito: aumentare le possibilità dello spazio rendendolo più idoneo a condurre un lavoro teatrale.

 

Segnaliamo che il prossimo appuntamento del Formicola Teatro è fissato per mercoledì 25 gennaio alle ore 21; in scena, lo spettacolo Barocco Shocking Street scritto diretto ed interpretato Clio Gaudenzi e Francesca Montanari, una produzione Mestieri Misti.

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Roma est. Tra il quartiere del Pigneto e l’inizio della Casilina Vecchia, c’è il Mandrione che prende il nome dall’omonima strada che lo attraversa. Il Mandrione degli sfollati che lo hanno occupato nel dopoguerra, e poi degli zingari, degli accattoni raccontati da Pasolini.

Proprio all’imbocco di questa via, al civico 3, c’è un circolo Arci, il Trenta Formiche, uno di quei posti dove il termine underground viene rispettato in tutte le sue declinazioni. L’aspetto da bunker, lo spazio che ti invita a essere esplorato con l’impressione che tu stia discendendo, andando sempre più giù, in un cuore sotterraneo che accoglie e promuove diverse iniziative, tutte sotto la parola d’ordine di “produzioni indipendenti”.

Sembrerebbe difficile, quasi impossibile, in questa Roma Capitale, trovare luoghi che disertino la propria predefinita inclinazione e che siano in grado di essere contenitori di diverse e molteplici iniziative. Tutto perché siamo estremamente legati a dei concetti, a delle etichette; così poco abituati a contemplare la coesistenza di svariate possibilità artistiche, sia come ideatori sia da spettatori.

La curiosità, in questo caso, potrebbe nascere spontanea, quando a promuovere una rassegna teatrale non è il posto noto e rassicurante che tutti ci aspettiamo, il bell’edificio teatrale o il circolo culturale elitario, ma un locale che generalmente ospita serate di musica non proprio da camera, proiezioni cinematografiche che gratificherebbero il più infervorato dei cinefili appassionato di introvabili titoli o esposizioni d’arte che non si preoccupano di identificarsi in uno spazio museale, ma che si “accontentano” di mostrarsi e cercare un incontro, un riscontro.

Potrebbe sembrare bizzarro o forse assolutamente naturale che dall’incontro di Mariagrazia Pompei, attrice, drammaturga e regista teatrale, con i soci del sopracitato Arci, Giuseppe Giannetti, Alessio Giammarino e Erio Distratis, sia nata la rassegna Formicola Teatro, partita per il terzo anno al principio di dicembre e che prevede un appuntamento settimanale, ogni mercoledì, fino alla fine di gennaio.

 

Com’è nata l’idea di Formicola Teatro?

Mariagrazia Pompei: Tre anni fa, nel 2014, mi ritrovai a chiacchierare con Alessio Giammarino durante una serata al Trenta Formiche. Mi piacevano le loro iniziative culturali, tra concerti, cineforum etc., ed insieme abbiamo cominciato ad organizzare la rassegna. Essendo io attrice e lavorando come regista e drammaturga teatrale, sentivo che c’era necessità di aumentare gli spazi considerando che ci sono molti professionisti, tra i 30 e 40 anni, che hanno sviluppato il loro percorso e la loro poetica in anni di esperienza, ma che non sempre incontrano il favore dei teatri istituzionali, dato che, nel nostro ambiente, non è facile agganciare un teatro Stabile o ottenere una distribuzione. Ho cercato di creare una rassegna che potesse diventare un punto di riferimento per gli artisti e anche un luogo di incontro, scambio, confronto, con impronta definitivamente autoriale. Tutte le compagnie che ospita il Formicola Teatro, infatti, scrivono, dirigono e interpretano i loro spettacoli. Tutto questo cercando di sviluppare un linguaggio personale.

Come è cresciuta la manifestazione in questi anni?

Giuseppe Giannetti: L’idea iniziale era di inserire performance fortemente sperimentali durante una classica serata del Trenta Formiche. Cinque anni fa ospitammo uno spettacolo di Mariagrazia e fu la prima volta che vidi un lavoro che rispondeva a queste caratteristiche. Il progetto in sé per sé ci è talmente piaciuto che abbiamo deciso di creare un contenitore con un nome specifico, che potesse esprimersi al TF ma anche altrove. Un punto di riferimento per attori e registi: questa idea ci entusiasmava. L’obiettivo principale era cercare di far appassionare al progetto anche persone che, in teoria, al teatro non sono interessate e fare in modo che anche questo linguaggio riuscisse a essere importante e comunicativo per chi frequenta il TF, per la musica, per il cinema, per bere o altro.

Forse non avremmo dovuto tralasciare l’idea iniziale di inserire gli spettacoli in estemporanea e di non relegare il Formicola Teatro solo ad alcune date, ma stiamo ancora facendo dei tentativi per trovare la giusta formula.

Il TF lavora da sei anni così. Ogni volta sappiamo che il proposito principale è quello di coinvolgere persone eterogenee per proporre nuovi linguaggi. Ci sono sempre degli ostacoli, non è sempre facile ma la perseveranza premia. Sappiamo che genere di proposta i nostri soci si aspettano da noi, ma la sfida è anche quella: cercare di cambiare l’idea che normalmente si ha della fruizione dell’arte. Sicuramente dovremmo lavorare maggiormente per far entrare nei nervi della gente questa idea e smuovere dal basso, a prescindere dal contesto.

M.P.: Tre anni difficili, ma pieni di soddisfazioni... La necessità era quella di sconvolgere un po’ le carte per far entrare il teatro in un locale, per associare la fruibilità di uno spettacolo, non necessariamente legata a un luogo deputato, a uno spazio non ordinario; la scommessa quindi è stata andare a cercare nuove persone che potessero usufruire del teatro in maniera più veloce.

Sicuramente è importante capire che il teatro è molto distante dalle persone in questo momento storico. L’accesso è complicato perché i biglietti sono molto costosi, raggiungere i luoghi teatrali non è facile, e va da sé che si crei un pubblico di settore.

Siamo ancora in una fase di sperimentazione. Sarebbe interessante cercare di trascinare anche il quartiere che però ha altre età ed esigenze. Magari, pensando di cambiare l’orario delle rappresentazioni oppure spostando il Formicola Teatro, nel periodo estivo, nel parco adiacente le mura della Casilina Vecchia.

C’è, secondo voi, la possibilità concreta di creare uno spazio diverso e una rete umana sostanziale?

G.G.: Il coinvolgimento del rapporto umano è alla base di queste esperienze artistiche. Per la seconda rassegna, per esempio, abbiamo provato ad invitare attori non romani, compagnie itineranti. L’organizzazione è stata decisamente più complessa, perché i costi sono maggiori, gli artisti non sono conosciuti e una piccola fetta di pubblico si riduce; nonostante ciò, credo siamo riusciti nel nostro intento creando un piccolo circuito nazionale.

M.P.: Quello che posso dire è che il nostro esperimento cerca di non ricreare due mondi separati, quello della musica e quello del teatro, ma tenta di fondere i diversi ambiti. Uno degli intenti che abbiamo avuto nella scelta del repertorio di quest’anno è stato quello di includere spettacoli che avessero un riferimento musicale. Potrebbe essere un ibrido creato apposta per lo spazio del TF, un tipo di rappresentazione che includa molto di più l’elemento musicale, che possa magari sfociare anche in un concerto. Ci piacerebbe che la gente avesse la possibilità di rilassarsi, magari arrivare e prendere una birra, vivere di più il momento d’incontro. Anche la modalità di partecipazione economica, tramite la sottoscrizione libera, rispecchia la volontà di permeare l’esperienza teatrale come se si uscisse normalmente, per godere di una serata di qualsiasi genere. Un episodio che vorrei raccontarti è stato l’incontro con la regista Veronica Cruciani e le attrici Maria Paiato e Arianna Scommegna, quando erano in scena al Teatro India con lo spettacolo Due donne che ballano. In quell’occasione, ho potuto constatare come un pubblico molto diverso si sia radunato spontaneamente in un locale frequentato da un certo tipo di persone.

Azzardo: Trenta Formiche come produttore indipendente di situazioni artistiche?

G. G.: Questo già avviene ma bisogna ancora lavorarci. Abbiamo scarse risorse ma non ci manca la volontà. Lo spettacolo nato all’interno del TF Una vita a matita, di Quinzio Quiescenti e Lorenzo Covello è stato per noi motivo di soddisfazione. Continuo a leggere ottime recensioni e so che sta girando molto.

A Roma non conosco uno spazio che racchiuda diverse anime e speriamo che questa possa essere l’occasione giusta per riuscirci. Il proposito è quello comunque di dare una continuità a questo progetto, magari uscendo dall’idea del festival che dura soltanto per un periodo predefinito, facendo sì che possa essere un appuntamento che si ripete con maggiore frequenza e che accompagna tutto l’anno il TF.

L’appoggio e il supporto che diamo a questa rassegna non ha nessun tipo di tornaconto economico. Lo facciamo soprattutto perché crediamo nel valore del progetto. Quest’incontro ci ha dato l’occasione di creare qualcosa di diverso ma che sia affine alla nostra idea di proposta artistica. Il TF come luogo che concede la possibilità ad artisti, soprattutto emergenti, di potersi esprimere.

M.P.:Il Trenta Formiche e il Formicola Teatro sostengono e hanno sostenuto alcuni spettacoli nati all’interno della rassegna e molti dei lavori di Attoprimo, la compagnia che dirigo in collaborazione con Valerio Marini, che è mio assistente alla regia e coautore di testi.

Non è così utopistico muovere qualcosa e farlo con i nostri mezzi: sicuramente, bisognerebbe smettere di pensare al teatro come un lusso. Credo che questo sia un bell’ibrido, una bella sperimentazione, un incontro. Bisogna capire come far combaciare le diverse realtà.

Va anche considerato che non stiamo parlando di uno spazio teatrale attrezzato, non è una sala prove. Anche questo è un nostro proposito: aumentare le possibilità dello spazio rendendolo più idoneo a condurre un lavoro teatrale.

 

Segnaliamo che il prossimo appuntamento del Formicola Teatro è fissato per mercoledì 25 gennaio alle ore 21; in scena, lo spettacolo Barocco Shocking Street scritto diretto ed interpretato Clio Gaudenzi e Francesca Montanari, una produzione Mestieri Misti.

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Domenica, 15 Gennaio 2017 13:00

Lorenzo Collalti // Nightmare n. 7

Dalla penna del giovane drammaturgo e regista Lorenzo Collalti, possibili incubi comici nel paese delle meraviglie della scena

 

Scena aperta all’ingresso degli spettatori nella sala del Teatro Cometa Off nel cuore del quartiere Testaccio capitolino.

Tre uomini in foggia primonovecentesca attorno a un tavolino nero sono immersi nel gioco di una partita a carte. Siamo in «casa di amici», un luogo così definito, non importa se mimeticamente reale o del tutto immaginario, che potrebbe anche coincidere con la restituzione scenica di un teatro sotto le mentite spoglie di un ambiente domestico. Oltre al tavolo e a tre sedie, il resto intorno è spazio vuoto e immaginazione come in un sogno che non si ricorda nei minimi dettagli. Qui fa irruzione uno straniero colpito da una forte amnesia o, se si preferisce, un attore che interpreta il ruolo di un altro-da-sé di cui non si sa nulla.

Dalla penna del giovanissimo e talentuoso Lorenzo Collalti, Nightmare n. 7 rappresenta uno dei tanti possibili incubi nel paese delle meraviglie della scena, comico e dal ritmo vivace. Al centro, insieme, l’assurdità, parametro di costruzione ed interpretazione del mondo - reale o parallelo - e la genialità di una scrittura che tenta di scoprire fin dove possono arrivare le parole e il loro potere di sottomissione.

Come catapultato in un Wonderland di carrolliana memoria, il giovane confuso (e straordinario, Luca Carbone) lascia che i tre signorotti, servendosi degli strumenti infallibili della dialettica, sondino le pieghe più profonde del suo essere con l’obiettivo di introdurlo nella folle e assurda società moderna (viene reso omaggio non a caso al noto Modern Times di Charlie Chaplin), cominciando un interrogatorio asfissiante, insensato e surreale che stronca sul nascere ogni possibilità di replica del malcapitato, sottoposto a prove durante le quali vengono sfoderate tutte le abilità immaginifiche e pseudo-razionali dei tre strambi personaggi. La lunga inchiesta prende via via le sembianze di formati esperienziali riconoscibili: da uno dei grandi incubi della giovinezza e oltre, l’esame di maturità, al quiz show televisivo, per arrivare infine a un processo giudiziario con lo straniero reo e al centro di una battaglia verbale persa in partenza.

Lo spettacolo è ben orchestrato sotto il profilo registico, con una traduzione dei movimenti del corpo attorale che lascia di proposito sfumati, attraverso l’alternanza tra utilizzo della “quarta parete” e la frontalità dell’interpretazione, i contorni tra realtà e sogno, mettendo in risalto le doti degli attori Cosimo Frascella, Lorenzo Parrotto e Pavel Zelinskiy anche come caratteristi.

Di Collalti avevamo già apprezzato il successivo Ricordi di un inverno inatteso, rispetto al quale dal punto di vista drammaturgico Nightmare n. 7 senza dubbio mostra di essere più acerbo, per la reiterazione eccessiva di alcuni schemi dialogici che avvicinano l’opera a un “esercizio” di scrittura giovanile, nel complesso comunque assai godibile, e ne sono testimonianza i riconoscimenti ricevuti (il Primo Premio al Festival Internazionale di Teatro European Young Theatre al Festival di Spoleto 2015 e il Premio SIAE 2015 del Festival di Spoleto per la Migliore Drammaturgia). 

La tendenza all’enciclopedismo, al concettismo, le sciarade, il tema onirico, quello dello straniero, anzi, dell’”estraneo” - che diventa un vero e proprio principio drammaturgico - sono tratti stilistici che ricorrono in forma più organica ed equilibrata nel lavoro cronologicamente successivo di cui avevamo preso già visione, e che preludono, al di là dei giudizi singoli, alla possibilità per il giovane Collalti di essere salutato in futuro come una sorta di Lewis Carroll del teatro. Da continuare a tenere d’occhio.

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Festeggiamenti in corso al Teatro Vascello capitolino per i trent’anni di attività artistica di RezzaMastrella con una maratona di tre spettacoli e un film in uscita al Nuovo Cinema Palazzo. Tentiamo insieme ai due artisti un bilancio di trenta anni di "anarchia sfrenata"

 

Un mese di repliche per festeggiare trent’anni di anarchia sfrenata, in bilico fra teatro, arte figurativa, fotografia, cinema e letteratura. Quasi un «ergastolo» autoinflitto, da scontare ogni sera – San Silvestro compreso – per continuare a consegnare al pubblico il «Teatro Involontario» e il «Cinema su Misura». Antonio Rezza e Flavia Mastrella invaderanno così il Teatro Vascello con Civiltà Numeriche, l’attesa maratona di spettacoli (7-14-21-28, Fratto_X, Anelante) in programma uno dopo l’altro fino al 15 gennaio: lui, come al solito, da performer dotato di un’infaticabile versatilità facciale, fisica, vocale; lei da artista visiva creatrice di scenografie mobili e astratte, intervengono nell’azione come quadri da indossare. Li abbiamo incontrati, per esplorare insieme a loro l’estetica, il metodo e la funzione della loro arte a partire dalle ultime performance teatrali e dall’uscita del film-inchiesta, Milano, via Padova (2013), da gennaio al Nuovo Cinema Palazzo.

 

Perché avete scelto di riportare in scena le vostre ultime tre opere? Le considerate le più rappresentative del vostro percorso?

A.R.: Abbiamo scelto di rappresentare 7-14-21-28 (dal 13 al 18 dicembre), Fratto_X (dal 20 al 31 dicembre) e Anelante (dal 3 al 15 gennaio) per il legame con la geometria, l’aritmetica, che le unisce. Ognuno degli otto spettacoli che abbiamo realizzato in questi 30 anni è rappresentativo della nostra attività. Al momento, preferiamo mantenere strade già battute anziché avventurarci nell’incerto.

Il titolo della rassegna, Civiltà numeriche, rimanda al rigore matematico con cui fate a pezzi la realtà, i luoghi comuni, l’omologazione, la morale, la politica; in altre parole, la deriva consumistica della società italiana. Vi sentite portatori di una filosofia estetica diversa?

A.R.: Noi siamo portatori di qualcosa che non c’è. Siamo stati a New York e gli addetti ai lavori se ne sono accorti subito, non hanno avuto alcuna ritrosia a riconoscerlo. In Italia, sono i nostri sostenitori, il nostro pubblico, gli unici ad accorgersene. La critica, spesso lottizzata e venduta, non ha mai avuto il coraggio di scrivere che quello che facciamo è completamente innovativo. La guerra contro questi mistificatori è aperta e la porteremo avanti fino in fondo, con sfrontatezza e con gioia, finché non ci ritireremo dalle scene.

F.M.: Inventiamo realtà parallele laddove non possiamo trasformare la catastrofe che ci ruota attorno. Le nostre performance, la dimensione sconcertante delle interviste di Milano, via Padova sono tutti luoghi di osservazione e di fuga che ci consentono di demolire le regole della sintassi teatrale, la retorica del familiare e del già visto attraverso l’esaltazione liberatoria del riso. Affrontiamo la realtà con spietatezza e il pubblico, anche il più riluttante, entra nel gioco della scena senza possibilità di sottrazione.

La critica ha riconosciuto la vostra attività tardivamente (con l’assegnazione dei premi Hystrio e Ubu nel 2013). Perché in Italia gli addetti ai lavori vi temono?

A.R.: Perché con noi non ci guadagna nessuno, perché non abbiamo padroni, perché non vendiamo un centimetro del nostro corpo. Non riconosciamo autorità alla critica se non è competente, rifiutiamo per principio le sovvenzioni dello Stato, siamo contro il sistema economico clientelare che governa questo Paese. I premi che ci hanno assegnato, dopo quasi trent’anni di carriera, dovevamo riceverli molto prima. Li ritiriamo più che altro per vanità.

Cosa spinge invece il pubblico a tornare ogni sera? Che tipo di rapporto avete con i vostri numerosi sostenitori?

A.R.: Il pubblico è il nostro primo amore, la nostra grande passione, perché sviluppa in me, in Flavia, nei performer che hanno affollato le nostre scene, quell’energia imprescindibile che sostiene l’azione. Porteremo sempre con noi chi sostiene la nostra anarchia espressiva. Del resto, in Italia e all’estero, la ricezione è la stessa: chi vede non è mai stupido, è sempre pronto a stupirsi. Anche l’abbonato che a Napoli si alza e se ne va si è stupito, è rimasto turbato da corde che voleva non si toccassero. E, tuttavia, non merita minore rispetto: lo spettatore è sacro proprio perché rappresenta la variabile non prevista. Fra noi e il pubblico non c’è ammiccamento né accordo. L’artista e lo spettatore sono due poli che non devono comunicare; comunicano alla fine, se esiste uno scambio di energia.

Qual è stata la reazione del pubblico newyorkese dopo aver visto Pitecus?

F.M.: Alcune parti dello spettacolo prevedevano i sottotitoli perché avevamo una piccola platea mista, composta sia da newyorkesi sia da italiani. I presenti sono rimasti interessati soprattutto dalla novità della forma di comunicazione, non sempre recepita pienamente qui da noi.

Le vostre performance sfuggono a qualunque possibilità di catalogazione. Ma ci sono artisti, correnti estetiche, cui vi ispirate?

A.R.: In Italia sono pochi gli artisti interessanti. Ammiro Armando Punzo e la sua Compagnia della Fortezza, ma non condivido il pensiero di quanti riducono la portata del suo teatro al tentativo di strappare i carcerati al loro destino. Punzo lavora per se stesso, è questo il più grande regalo che può fare ai carcerati, consegna loro la sua individualità. Trovo che sia un atto di usurpazione, un vero e proprio furto legalizzato, consentire a personaggi che al teatro non appartengono – i vari Travaglio o Saviano – di salire sul palco togliendo spazio a compagnie giovani. Sottraggono visibilità sui giornali agli artisti emergenti, ma non hanno alcuna urgenza di comprendere davvero il teatro.

F.M.: Attualmente, non esiste una corrente che sviluppa l’arte alla nostra maniera, che trasforma il pensiero in materia, in tanti piccoli frammenti che, attraversando la realtà, generano un racconto estetico interiore. In ogni spettacolo, gli spettatori percepiscono questo mosaico infinito e continuano a lavorarlo con la fantasia perché, senza indicazioni concrete, sono costretti a farsi una propria ragione. È l’ambiguità del messaggio a permettere altre forme di creazione interiore. Un linguaggio simile lo hanno portato avanti in passato soprattutto le avanguardie posteriori al surrealismo, come il lettrismo, Fluxus e il situazionismo di Debord.

Che forma di dialogo intrattenete durante la preparazione di uno spettacolo? Quanto è cambiata la collaborazione nel corso degli anni?

F.M.: La base non è mai cambiata. All’inizio agiamo in modo indipendente, io per arrivare a concepire uno spazio diverso rispetto a quello già offerto, Antonio per togliere l’avanzo dell’esperienza precedente. Mentre realizzo gli habitat, Antonio comincia a improvvisarvi dentro. Alla fine, negli ultimi sei mesi, lavoriamo al ritmo, ai tagli, all’armonia dei movimenti. Evito sempre di affezionarmi alle cose e di spiegarle troppo: del resto, se realizzi uno spazio significante è il corpo che lo vede a doverlo recepire per primo. Fratto_X, per esempio, è un lavoro che proviene da una ricerca sulla luce, su cui ho lavorato con disegni e bozzetti, esposti proprio in questi giorni nel foyer del Vascello.

In 30 anni il vostro lavoro ha invaso le più disparate forme artistiche. Fra teatro, cinema, arte, letteratura, televisione, qual è il medium in cui vi sentite più a vostro agio?

A.R.: In realtà, facciamo soprattutto cinema. Ma il cinema è un territorio chiuso e abbiamo dovuto rivolgerci al teatro perché è l’unico spazio in cui ci si può ancora esprimere liberamente.

F.M.: Sono tutte discipline che arricchiscono il nostro percorso, ma diverse e indipendenti l’una dall’altra. Quando scriviamo un libro dimentichiamo l’esperienza che abbiamo fatto col teatro e viceversa. Questo ci consente di ripartire ogni volta da zero e di mischiare i linguaggi estetici, attingendo tanto all’arte contemporanea quanto alle chiacchiere da supermercato.

Nel film-inchiesta Milano, via Padova affrontate il tema attuale del razzismo e dell’insofferenza della gente nei confronti degli immigrati nei contesti urbani. In questo caso, i paradossi che registrate sono quelli della vita reale. Non siete voi a forzarli. Vi aspettavate questo risultato quando avete iniziato le riprese?

A.R.: Facendo i Troppolitani da diciassette anni ci aspettiamo di tutto. Siamo totalmente disincantati di fronte alla gente che vive nella città in maniera occasionale eppure così forzatamente. Queste esperienze offrono una misura diversa della realtà che ci circonda. Milano, via Padova è un film clamoroso, si ride su disgrazie assurde in modo sfrenato. Eppure, malgrado l’urgenza dei temi affrontati, sappiamo che non avrà la diffusione che merita: per scelta ideologica, abbiamo preferito distribuire il film in maniera indipendente, proiettando in sale emergenti che un giorno ci piacerebbe affollare sempre di più, senza affidarci a distribuzioni che foraggiano i giornalisti che fanno critica. Ecco perché non ne scriverà nessuno.

F.M.: Non ci aspettavamo questo risultato. Sapevamo che gli immigrati raramente parlano bene la lingua e li abbiamo fatti cantare, per dimostrare quanto sia grande la loro cultura. All’inizio la realtà ci faceva un po’ paura, poi però abbiamo agito senza pietà, come al solito.

Il vostro non è un film di impegno sociale, ma di «impegno individuale». Però le domande che rivolgete agli intervistati vanno nella direzione di una morale possibile. Penso a quando affermate che «siamo razzisti su suggerimento dell’istituzione», mentre non esiste diversità fra gli uomini, o che «siamo tutti pezzi di carne che va al macello e non basta il colore della pelle a salvarci».

F.M.: Il messaggio finale è un dato oggettivo, non facciamo altro che dimostrarlo. Non ne parla mai nessuno, ma capita spesso un fatto strano quando ci sono le primarie: la gente le confonde con le elezioni amministrative perché sono i media a sponsorizzarle con maggior forza. La stessa manipolazione avviene col razzismo: la televisione istituzionale alimenta il pregiudizio, non si limita a parlarne. Finché un bianco e un nero non si conoscono, continueranno ad avere paura l’uno dell’altro. Quando saranno invece costretti a confrontarsi - come abbiamo provato a fare nel nostro piccolo – impareranno a comunicare e non si odieranno più.

Avete in mente nuovi progetti per il prossimo anno?

F.M.: Sono impegnata in un nuovo lavoro, ma ancora a livello embrionale. In ogni caso, le novità non mancheranno.

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Artinmovimento presenta “LA MODA DEI SUICIDI” scritto da Marco Avarello, con la regia di Linda Di Pietro e in collaborazione con Solco srl e Vox Communication srl

 

Tra il 2008 e il 2010, 58 dipendenti della società di telefonia France Telecom si sono tolti la vita. Nel mirino l’attività dei manager durante il piano di riorganizzazione.

Ispirato alla storia vera di France Télécom, La moda dei suicidi è una pièce teatrale itinerante ambientata in una location non convenzionale.  Il pubblico è introdotto e guidato nei luoghi dove possiamo immaginare che i fatti avvennero. Nel percorso, attraverso le storie di alcuni dipendenti, si ricostruisce la vicenda della privatizzazione del colosso di telefonia francese attuata con un uso spietato e sistematico del mobbing. Realtà e finzione si confondono.  I personaggi  si rivelano, nell’intimità di una stanza, ripercorrono il passaggio dalla normalità al momento in cui si frantuma. E a tratti le parole dei personaggi si mescolano con quelle realmente scritte, lasciate sotto una finestra dai dipendenti che si tolsero la vita.

Morire di lavoro è inaccettabile, eppure la follia a quanto pare resta una tentazione forte laddove le leggi del mercato hanno reso il rapporto tra una grande organizzazione e le persone che lavorano al suo interno mostruoso e a tratti addirittura ridicolo.  La follia diventa liberazione da un ordine che è profondamente disumano, perchè esige la perdita dell'uomo. La salvezza sembra impossibile da trovare eppure è vicinissima.

Lo scontro non voluto tra due personaggi agli estremi produrrà una situazione grottesca e perfino comica, in un continuo ribaltamento di ruoli destinato a condurci verso un finale imprevedibile.

Il cammino della vita può essere libero e magnifico, ma noi lo abbiamo smarrito...” (Charlie Chaplin)

 

La moda dei suicidi

di Marco Avarello

con Marius Bizău, Vittorio Ciardo, Antonella Civale, Letizia Letza, Marta Nuti, Giuseppe Grisafi, Tiziana Scrocca, Fabio Morici, Marco Zingaro

Regia di Linda Di Pietro

 

2 – 3 – 4 dicembre 2016

9 – 10 – 11 dicembre 2016

16 – 17 - 18 dicembre 2016

 

Prima replica ore 20:00 – seconda replica ore 21:30

 

Per info e prenotazioni telefonare al 392/2561362 oppure inviare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

L’indirizzo della location su Roma verrà comunicata al momento della conferma della prenotazione.

 

UFFICIO STAMPA

Marta Scandorza

Tel: 346/4928633

http://www.voxcommunication.it/index.php/eventi

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Debutta in prima nazionale "Elisabetta di Wied. Sotto falso nome" di Maria Inversi al Teatro India. Qui, il racconto dell'incontro fra lei e la nostra Chiara Nicolanti

 

Il 3 e il 4 dicembre andrà in scena al Teatro India di Roma Elisabetta di Wied. Sotto falso nome, scritto e diretto da Maria Inversi.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con questa donna, artista, dal temperamento vivace e dalla cultura invidiabile, e ci siamo lasciati trasportare in altri luoghi, altri tempi. Dalla Romania di fine Ottocento, alla Parigi della Sorbonne e dei cafè anni Ottanta (in cui incontra la danza butoh, che porterà per prima in Italia), all’Italia degli anni Novanta e alle sue conquiste sociali: basti pensare alle norme contro la violenza sessuale firmate nel 1996, dopo venti anni di lotta – che la stessa Maria Inversi ha portato avanti fino al 2006 – alla violenza su minori e donne, argomento di cui, ancora non si poteva parlare e di cui oggi, finalmente – ma anche purtroppo – si parla molto nelle televisioni nazionali e private.

A far da traino a questo viaggio dai ritmi incalzanti e dai continui rimandi e salti temporali, il femminile.

Maria Inversi ha fatto della donna (e del suo incontro con l’altro, con l’uomo), della ricerca della sua anima in quella di personaggi storici spesso quasi completamente dimenticati, il leitmotiv del suo teatro, dei suoi studi e della sua vita d’artista; da quel primo spettacolo, nato per caso, dall’incontro con l'iconografia di un’artista il cui nome scompariva in quello dell’amante: «allieva e amante di Rodin, così veniva menzionata Camille Claudel (Camille C…)». Il suo nome inghiottito da quello maschile, come se la sua stessa identità potesse esserne inglobata. E, in effetti, di lei il tempo ha lasciato poche tracce. Neanche la raffinatezza delle sue opere ha saputo salvarla da un oblio dettato nel nome del maschile.

Come il nome Camille Claudel, quello di tante altre donne, ingabbiate (anche fisicamente) in una società che nega la loro essenza, che vede nella libertà d’espressione femminile un pericolo, soprattutto nel campo artistico. Perché se è vero che del femminile, della bellezza del femminile, sono piene finanche le nostre chiese, c’è da riflettere sul fatto che nei dipinti ritraenti le madonne sofferenti o intente a dare il seno al proprio santo, potentissimo bambino, non vi siano mai donne reali, ma ideali, perché – spiega Maria Inversi – «La donna ha culturalmente una soggettività che passa attraverso lo sguardo maschile». La verità della donna passa sotto la lente dell’uomo, che la trasforma in un’idea, spogliandola, di nuovo, di identità, unicità: «Questo non vuol dire negare quella bellezza», sottolinea, «anzi, quella bellezza dovrebbe appartenere a tutto il mondo, dovrebbe spronarci ad essere meno piccoli, ad essere grandi. Ma allo stesso tempo non deve costringerci ad essere madri, suocere…». 

E contro la costrizione dell’essere incastrate in un ruolo si batte anche l’ultimo dei personaggi da lei affrontati, la regina romena Elisabetta di Wied (1843-1916), altrimenti (s)conosciuta come poetessa e scrittrice sotto lo pseudonimo di Carmen Sylva. Una donna potente, intelligente ed estremamente consapevole dei limiti e dell’etica intrinsechi nel ruolo politico e sociale di cui è investita, ma anche abbastanza risoluta da non lasciarsi schiacciare dall’immagine pubblica.

«Ho incontrato Elisabetta mentre ero alla ricerca di una scrittrice romena, che non trovavo. Quando ho trovato Carmen Sylva, mi sono ritrovata tra le mani anche una regina». Una donna di cui si sapeva poco, pochissimo. In Italia non esistono traduzioni delle sue opere, dei suoi aforismi. Tanto che Maria ha potuto apprezzarne la scrittura, e quindi risalire al suo carattere, alla sua estrema modernità, grazie alle traduzioni simultanee di Tatiana Ciobanu.

Ne esce fuori un testo teatrale la cui verità storica è pari forse al 10% (come per molti dei suoi testi, sempre a causa della scarsità delle fonti), in cui le parole di Elisabetta e quelle di Maria si perdono le une nelle altre, per poi sciogliersi nel canto e nella chitarra di Virginia Guidi e volare nel corpo e nell’interpretazione di Valeria Mafera.

Di nuovo, per Maria Inversi in scena c’è una donna, o meglio: «la forza e il coraggio delle donne. O la loro estrema debolezza». 

I suoi sono personaggi sempre in lotta, o meglio, sempre in relazione con l’uomo o, in sua vece, con la società da lui plasmata. Una relazione che può essere edificante o distruttiva. La posta in gioco è l’affermazione della soggettività femminile: mostruosa a volte, abnorme, tale da negare la soggettività dei propri figli (come nel caso di Medea –Symphonìai Medea – o della Franzoni –Smemorata), ma è una soggettività finalmente libera da schemi e preconcetti. Vera, reale, viva.

  

Per chi volesse, è aperta una campagna di crowdfunding per sostenere questo spettacolo e dargli modo di incontrare quante più piazze è possibile. Sarebbe riduttivo spiegare perché il teatro italiano ha bisogno del sostegno, anche materiale, degli italiani in questo momento storico. La speranza, per continuare a godere dei frutti di questa arte, è proprio che «il pubblico si attivi per sostenere quest’arte povera, che porterà il suo nome, come quello di un piccolo mecenate».

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