Venerdì 28 Aprile 2017

Se pensiamo alla nuova generazione teatrale, un posto di riguardo lo ha sicuramente il collettivo appulo-piemontese de La ballata dei Lenna, nato dall’incontro tra tre performer avvenuto – come spesso succede – in occasione della frequentazione di un’accademia, in questo caso la “Nico Pepe” in Friuli. Usciti da quest’ultima, i tre si sono cimentati in una serie di lavori molto apprezzati, fino ad arrivare all’ultimo Il paradiso degli idioti, che dopo la finale del Premio Scenario 2015 arriva venerdì 7 Aprile 2017 al Centro Sociale di Salerno, in occasione di Mutaverso Teatro, la stagione voluta da Vincenzo Albano/Erre Teatro a Salerno, di cui Scene Contemporanee è orgoglioso media partner. L’occasione è stata quella propizia per incontrare il collettivo, con cui abbiamo scambiato alcune parole proprio partendo dal lavoro che verrà presentato nel capoluogo di provincia campano.

Qual è la stata la scintilla o l’esigenza che vi ha portato a realizzare uno spettacolo su temi come il rapporto tra padri e figli, come appunto Il paradiso degli idioti che portate in scena a Salerno?

Il paradiso degli idioti è un progetto che parte – come spesso accade – da nostre discussioni e dal nostro piacere innanzitutto di fare questo mestiere e di affrontare delle tematiche a noi vicine o che comunque sentiamo come contemporanee. Da queste discussioni, analisi e tutto il lavoro che facciamo per cercare di essere precisi nella ricerca che facciamo per lo spettacolo, è nato un progetto che abbiamo presentato a Scenario 2015, dove abbiamo superato la prima selezione a Napoli e poi la semifinale a Bari, finché siamo arrivati tra i 12 finalisti a giocarcela a Santarcangelo. La finale – non mi vergogno a dirlo perché questo è stato uno sprone/motivo per portare a termine lo spettacolo – non è andata benissimo, in quanto lo spettacolo ha avuto un’accoglienza piuttosto tiepida. Poi hanno dato il risultato, non abbiamo vinto, e da lì non ci siamo tirati indietro perché non ce la sentivamo di lasciare uno spettacolo – che per noi è come un figlio – soltanto perché i dieci minuti presentati a Santarcangelo non erano convincenti, per cui ci siamo presi la responsabilità e abbiamo deciso di portarlo a termine, dividendoci tra di noi le varie responsabilità dello spettacolo. Lo spettacolo ha fatto una residenza a Kilowatt per poi debuttare al Kismet a Bari; lo spettacolo è cambiato totalmente nei contenuti, nelle scene, pur mantenendo una forte componente d’attore che è una cosa che volevamo mantenere, arrivando a diventare uno spettacolo di un’ora e venti. Siamo partiti dall’eredità dei padri come concetto perché siamo in una fase in cui anche noi – giovani compagnie – non sappiamo bene dove andiamo, che padri abbiamo, che eredità ci hanno lasciato, spesso ambigua e distrutta che spetta a noi ricostruire.

C’è una dualità che imperversa lungo tutto lo spettacolo, a partire dai due protagonisti – i cui metodi di produzione artistica sono agli antipodi – fino allo stesso contraltare del titolo dello spettacolo, ovvero quel Paradiso degli Eroi che è il titolo della sceneggiatura cinematografica a cui sta lavorando uno dei due.

Questa è venuta in sala, durante le prove, ed effettivamente i due artisti – una, Sonia, che arriva dal Canada e lavora su queste opere d’arte al limite etico, mentre Andrea è più “vecchia scuola” – sono così. Andrea sta scrivendo una sceneggiatura cinematografica chiamata “Il Paradiso degli eroi” e da qui sua sorella farà questo gioco – un po’ perché si rende conto che questa sceneggiatura non è buona e un po’ perchè lei viaggia su contesti diversi con altri soldi – suggerendogli di chiamarlo “Il paradiso degli Idioti”, ma riconoscendone comunque un lavoro artistico, che li porta allo scontro.

Ma c’è anche una critica in questi due personaggi all’estremo l’uno con l’altro?

Si, sicuramente Sonia va verso l’estremo, Andrea no – e durante lo spettacolo questo suo gioco artistico mostrerà quello che sogna, quello che lui subisce, ecc. fino a quando non perderà il controllo dei suoi personaggi e farà precipitare tutto, adottando un linguaggio più contemporaneo e più performativo paradossalmente dalla sorella.

Nel lavoro c’è una sceneggiatura cinematografica – ma nel lavoro stesso ci sono molti richiami provenienti dal linguaggio cinematografico.

Si, li richiamiamo anche nei movimenti di Andrea, nei momenti in cui è da solo, quando gioca con la valigia di sua sorella che diventa quasi una cinepresa, diventa quasi un 8 e ½ felliniano. Lui vive su questo divano dove c’è la sceneggiatura che passa di mano in mano dalle sue mani a quella degli altri personaggi, poi sul divano, poi viene distrutta, poi ritorna nelle mani di Andrea ecc. Oltre però a questo ci sono anche alcuni riferimenti visivi: Andrea racconterà di questa scimmia e di questo personaggio, Adamo, e poi questi personaggi si vedranno, attraverso una proiezione che però non sarà una proiezione classica visiva ma sarà una proiezione con persone che entrano ed escono, con degli attori, però la proiezione avviene nella testa di Andrea.

Come abbiamo chiesto anche ad altre compagnie ospiti di Mutaverso, tra cui alcune pugliesi, questa regione ha vissuto un periodo di splendore, di cui adesso forse si iniziano a vedere le prime crepe, per quanto riguarda il sistema culturale e teatrale e la sua diffusione a tutti i livelli. Voi che in un certo senso rappresentate una giovane compagnia sul territorio, qual è il vostro rapporto con esso sia in termini produttivi che di rapporto con il pubblico?

Noi come compagnia abbiamo la sede legale sulla carta ad Alessandria; finendo l’Accademia abbiamo deciso di spostarci immediatamente in Puglia, non partendo quindi dove c’era già un'energia produttiva, anche per via della nostra inesperienza ed ingenuità. Per cui sicuramente il nostro arrivo in Puglia cinque/sei anni fa è arrivato in un momento di grande energia e sviluppo a livello culturale, dove questo sviluppo non avviene tanto nella pratica scenica in se per se ma proprio a livello di testa. Sicuramente la modalità di fare teatro di alcune realtà della Puglia (Teatro Minimo, Bottega degli Apocrifi, Franco D’Ippolito, ecc.), appoggiate a questo contesto di grande humus e stimolo culturale, ha cambiato il modo di fare della nostra compagnia a partire dal livello progettuale, e quindi di testa. Poi attenzione, siamo sempre in Italia, quindi non è che succedessero i miracoli, ma c’erano dei finanziamenti, delle professionalità, qualche possibilità di circuitazione, e così via. Quello che però ci sentiamo di dire è che il territorio ci ha cambiato il nostro modo di fare teatro, tramite il confronto con operatori ed altre realtà, dandoci una possibilità in più. E’ chiaro che c’è stato un lavoro straordinario da parte di queste realtà (alcune ancora vivono sul territorio, altre sono andate via) perché ogni qualvolta noi torniamo in Puglia troviamo ad esempio un pubblico non solo affezionato ma un pubblico che si è formato soprattutto di testa, e decide quindi di andare a vedere la drammaturgia contemporanea e da qui di andare a vedere la Ballata dei Lenna. Non so quanto durerà questa situazione, e soprattutto quanto possa durare nell’ottica della situazione nazionale complessiva, ma sentiamo da quando ce ne siamo andati dalla Puglia (ora siamo stabiliti in Piemonte) che molte cose sono cambiate, tante energie, sia politiche che culturali, e alcuni finanziamenti sono diminuiti, e questo in un certo senso cambierà delle cose.

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Mercoledì, 15 Marzo 2017 19:04

Nuove uscite. Paolo Benvegnù - H3+

La ricerca di se stessi passa attraverso l’altro da sé, il circostante, l’ultraterreno. Grazie a questi tre elementi Paolo Benvegnù riesce a “tracciare” musicalmente l’invisibilità del suo percorso interiore. E infinite volte ho trasvolato in mezzo alle correnti, abbandonandomi al trasporto emozionale (No drink, no food), canta nella chiusa di H3+, il suo quinto lavoro in studio che forma la cosiddetta ‘trilogia di H’ e che, per omofonia, (mi) rimanda alla letteratura sopraffina (La trilogia della città di ‘K’ è un celebre romanzo di Ágota Kristóf). Di fatto la ‘H’ rappresenta l’anello di congiunzione tra Hermann (2011), EartH Hotel (2014) ed ora H3+, simbolo della particella di idrogeno di cui è composto gran parte dell’universo conosciuto, sparsa nelle varie regioni ‘vuote’ che separano le stelle e – per estensione – allegoria di spazi intoccabili e insondabili che, tuttavia, la mente prova a toccare e a sondare.

La ‘violazione’ dell’apparentemente inviolabile si è connotata di fragilità emotiva sin dai tempi degli Scisma (storica band di Benvegnù), si è personalizzata con il capolavoro Piccoli Fragilissimi Film (2004), si è affinata nel 2008 con Le Labbra, con cui ‘i’ Benvegnù, come li definisce affettuosamente il frontman (formazione attuale: Luca Baldini, basso; Andrea Franchi, batteria, chitarre, synth, pianoforte; Marco Lazzeri, piano, synth; Ciro Fiorucci, batterie acustiche ed elettroniche; Michele Pazzaglia, tecnico del suono), hanno saputo ritagliarsi uno spazio autenticamente loro nel panorama indie-rock e nel cantautorato di maniera.

Nello stesso tempo, però, c’è un (non greve) distacco dal passato: l’intro del disco (costellato di 10 intensissime tracce), ne è la prova: “A nuova vita” (Victor Neuer) esordisce Benvegnù, consapevole di aver maturato una meta, ma – attenzione – non la certezza della stessa. Si pone costantemente in discussione, non pronuncia tesi, soltanto ipotesi che abbiano alla base una strenua e faticosa ricerca: E cerco ciò che è intatto, astratto, sommerso, sconfitto, diverso//che di certo non ho visto ancora niente (Macchine), tentando anche l’incontro (e lo scontro) con l’altrove, avvicinandosi all’inavvicinabile con Goodbye Planet Hearth, emblematica sin dal titolo, ancor di più nelle parole “Il mio corpo è un’astronave” e da cui (tanto per non farsi mancare nulla) si può evincere una forma tributo a David Bowie. L’ineffabile si assottiglia nella parte centrale del disco, quando subentra un “tu” con cui la solitudine dell’io comincia a dialogare: prima con Olovisione in parte terza (se tu sei, allora sono anch’io) e poi con Se questo sono io (che ogni sogno sia il tuo, che il tuo sogno sia io). La linearità del percorso volge gradualmente al termine: sulle note ammalianti del sassofono di Steven Brown dei Tuxedomoon, tutto è luce (Slow Parsec Slow), il sole esplode, tutto rinasce (Astrobar Sinatra) e infine, grazie alla dolcezza dei violini e delle voci (Benvegnù e Baldini all’unisono) si rivendica il bisogno della comprensione, intesa letteralmente come il prendere con sé l’altro poiché da soli non sappiamo dove andare (No drink, no food). Con questo disco l’artista milanese conferma la necessità di indagare e di indagarsi, da sempre punti focali della sua attività musicale: tiepido il mattino, cercati (Superstiti, 500, 2009); cos’è la vita se non cercarsi sempre? (Orlando, Hearth Hotel), ma soprattutto smussa le spigolosità del passato che si distendono in melodie più morbide e orecchiabili, non senza, per questo, rinunciare ad una forte componente emozionale. Ascolto immancabile del 2017.

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Laura Belli è una delle due anime fondatrici della Compagnia Ziba, gruppo teatrale fondato nel 2012 da lei e Lorenzo Torracchi in seguito alle esperienze alla scuola per attori “A. Galante Garrone” di Bologna ma soprattutto della scuola Dimitri di Lugano (il cui fondatore Dimitri Jacob Muller, storica figura del teatro di movimento, del mimo e del circo, è venuto a mancare l’anno scorso). La compagnia si è caratterizzata per una varietà di spettacoli, dal circo di strada a quelli per le scuole, fino alla nuova drammaturgia di cui l’ultimo lavoro, “E’ la pioggia che va”, che ha recentemento debuttato a Prato, è ora atteso a Salerno dove si esibirà nell’ambito della stagione Mutaverso Teatro, di cui Scene Contemporanee è media partner. Questa è stata l’occasione per scambiare due parole con la succitata Belli, cominciando proprio dal loro ultimo lavoro.

Franco Cappuccio: Il vostro ultimo lavoro, che visto un recentissimo debutto in Toscana, dove siete “stanziati” come compagnia, è frutto di un percorso di lavoro piuttosto lungo e di un confronto con le persone. Come nasce lo spettacolo?  Da dov’è nata l’esigenza?

Laura Belli: L’idea di questo spettacolo è nata nella tournèe dello spettacolo precedente della compagnia – “La tana” – in cui andavamo al fondo di una questione per noi molto spinosa perché i protagonisti di questo spettacolo si rinchiudono in loro stessi, in una “tana” appunto, in cui smettono di partecipare e di vivere una vita vera e lentamente muoiono autoannullandosi. Questo finale così nero e così cupo (che non era voluto ma che è stato frutto di improvvisazioni e del lavoro sul tema) ci ha portato a chiedere se vedere una prospettiva diversa da questo cupo nero, e quindi ci siamo chiesti da dove potevamo ripartire per costruire una visione migliore. Per cui abbiamo pensato di andare a chiedere alla gente (lo spettacolo precedente si basava su osservazioni, piuttosto che su interviste) in che cosa si riesce a credere in questi tempi, quali sono le certezze e i valori su cui ci si può aggrappare e che danno la direzione alla propria vita. Sono domande importanti, che però venivano poste sotto forma di chiacchierate molto lunghe e da queste poi è nata la riflessione che ha portato alla creazione dello spettacolo.

Possiamo dire in un certo senso che si è compiuto alla base un lavoro quasi documentaristico, per certi  versi?

All’inizio si, in termini di reperimento dei materiali, poi in realtà nello spettacolo non c’è nulla di documentaristico né c’è traccia delle interviste reali, ma queste sono servite come spunto.

Il vostro spettacolo (come anche il precedente) è molto legato alla componente del teatro di movimento, probabilmente vedendo anche i vostri percorsi artistici e formativi. Quanto quest’ultimi sono stati importanti – miscelati ad altre esperienze come il lavoro sulla Commedia dell’Arte – nello sviluppo della vostra poetica, che poi diventa vostra ed unica?

In realtà credo che la nostra poetica si stia ancora sviluppando, essendo il nostro secondo spettacolo, per cui anche noi la stiamo scoprendo piano piano. Sicuramente il fatto di prediligere questo tipo di linguaggio – o comunque di averlo più affine come base comune tra tutti noi – ci permette di costruire delle drammaturgie più d’immagine, quindi che siano più poetiche e suggestive che ad esempio documentaristiche o narrative. Lo spettacolo precedente era già più narrativo, mentre in quest’ultimo compiamo proprio un viaggio all’interno delle suggestioni, per cui ci siamo affidati completamente a questo tipo di poetica, sperimentando di più e facendo per certi versi un balzo nel vuoto.

Come vi è nata l’esigenza – voi siete nati nel 2012, ma il primo spettacolo di drammaturgia “tradizionale” (in un senso improprio) è dell’anno scorso, mentre prima avete creato lavori di teatro di strada ed esperienze affini –  di creare uno spettacolo in una forma più vicina a quella tradizionale (in una sala teatro, fronte pubblico, ecc)?

In realtà è frutto di una storia personale mia e di Lorenzo, poiché contemporaneamente a questa compagnia, che si occupava di teatro di strada appunto, eravamo all’interno di un altro gruppo di drammaturgia contemporanea in Svizzera, che era formato da 7 ex allievi della Scuola Teatro Dimitri, con cui abbiamo realizzato due spettacoli. Ad un certo punto abbiamo sentito però l’esigenza di non lavorare solo a macro progetti molto grandi, data anche l’ampiezza del collettivo, che erano molto faticosi da portare avanti, ma anche di avere qualcosa che fosse nostro e che fosse più agile, ma che proponesse però lo stesso tipo di lavoro di ricerca. Da questo abbiamo iniziato quindi a lavorare anche in questo senso con la compagnia, per cui anche se il nostro primo spettacolo di questo tipo è stato “La Tana”, in realtà è dal 2010 che lavoriamo con la drammaturgia contemporanea.

Come mai la scelta di rivolgersi ad un regista esterno per lo spettacolo?

In realtà la compagnia siamo io e Lorenzo, poi noi collaboriamo spesso come esterni. Dovendo scrivere, interpretare e anche dirigere uno spettacolo diventava troppo stressante e faticoso, per cui abbiamo scelto di condividere il percorso drammaturgico e registico – perché poi abbiamo camminato passo a passo insieme – con un’altra professionalità, anche perché avere un esterno permette anche agli interpreti di poter lavorare più duramente senza mantenere l’occhio esterno dentro di te. Per cui abbiamo scelto una persona che potesse guardarsi tutto il materiale e tutte le improvvisazioni e potesse poi restituirci un feedback su cui poi ragioniamo tutti insieme, ma che è fondamentale per permettere di tirare fuori più di quanto tu possa fare lavorando da solo. Senza contare che abbiamo comunque scelto una persona che ha condiviso il nostro percorso formativo, di poco più grande d’età, per cui in un certo senso possiamo dire che condividiamo il nostro percorso d’artista.

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Ad aprire Mutaverso Teatro 2017, la stagione – giunta al secondo anno – voluta da Vincenzo Albano con l’intento di scandagliare le arti performative contemporanee, è una compagnia avellinese, Vernicefresca Teatro, a testimonianza del rapporto identitario e costruttivo con le realtà interessanti del territorio che Vincenzo sta cercando di costruire all’interno del suo micro/macrocosmo. La compagnia irpina porterà in scena HO.ME, vincitore della III edizione del bando AMAPOLA, venerdì 20 Gennaio 2017 al Centro Sociale di Salerno e per Scene Contemporanee, che è media partner della stagione, è stata l’occasione ideale per scambiare alcune riflessioni con il regista dello spettacolo Massimiliano Foà.

Franco Cappuccio: Innanzitutto parlaci un po’ di Vernicefresca, che pur essendo giovane ha già una lunga storia alle sue spalle.

Massimiliano Foà: Vernicefresca nasce nel 2003 ad Avellino come scuola di teatro da un’intuizione di Nadia Marcelli, che è la presidente, con lo scopo di avere un’unica struttura in grado di fare teatro per i ragazzi delle scuole elementari, medie, superiori e per adulti. Io arrivo nel 2006 o 2007 per uno stage e da allora non sono mai andato via, diventando con il tempo l’insegnante di riferimento per il teatro. La compagnia è nata successivamente da uno stimolo avuto con gli ex allievi della scuola, che sono tornati sul territorio dopo essersi perfezionati nelle accademie teatrali nazionali, dalla Nico Pepe alle scuole degli stabili.

Lo spettacolo che portate a Salerno è HO.ME, che affronta un tema difficile quanto di attualità come quello degli “stranieri”. Qual è stato lo spunto che vi ha fatto scattare la scintilla per realizzarlo?

HO.ME, gioco di parole tra “Home” (casa) e “Ho me”, nasce dalla partecipazione di un bando a Milano, che abbiamo vinto, ovvero il bando AMAPOLA. La nostra scelta deriva dal nostro modo di vedere il teatro, poiché siamo romantici e crediamo in un teatro politico. Per questo la scelta di parlare di questo tema,e di farlo partendo da un momento di condivisione, da cui è nata la scintilla di non parlare solo dello straniero “altro” ma anche del fatto che siamo stranieri tra di noi, e cioè del fatto che oggi se siamo leggermente diversi siamo stranieri, c’è il concetto di branco che ci rende “altro”, e a partire da questo abbiamo deciso di affidarci ad un dramaturg milanese, Valentina Gamna, che ha scritto il testo e lo ha adattato e modellato per noi e su di noi.

Come mai l’esigenza di un dramaturg e non di un autore tradizionale?

Noi prima di questo spettacolo usavamo già questa figura, che finora era stata affidata a JayBlue, solo che con una nuova produzione e un nuovo allestimento abbiamo voluto provare un nuovo sapore, e infatti anche per la regia avevo pensato ad un amico di Milano, che però era impegnato, per cui mi sono cimentato io con grande piacere nella regia dello spettacolo.

Qual è il vostro rapporto con il territorio di riferimento, nel vostro caso Avellino?

Ovviamente abbiamo vissuto molte difficoltà e abbiamo dovuto compiere molti sforzi per poter operare, tuttavia dobbiamo segnalare con piacere come in quest’ultimo periodo abbiamo trovato degli interlocutori amministrativi meno sordi e più propositivi nel voler costruire un dialogo anche per il futuro.

E il rapporto identitario con gli abitanti?

A livello identitario è un gran piacere, per via della scuola che ci permette di abbracciare e di stare in contatto con tutte le fasce d’età, dai piccoli agli adulti, ai genitori che accompagnano i piccoli allievi. Stiamo cercando di trovare anche una “stabilità” sul territorio, con “Progetto D’Arte”, ovvero una campagna che abbiamo fatto partire per trovare uno spazio e trasformarlo in un teatro off, attraverso il cofinanziamento delle persone, che lo sostengono dal basso, e al Maestro Giovanni Spiniello che ha deciso di donarci alcune sue opere che a sua volta verranno donate ai donatori. Uno spazio del genere ad Avellino manca completamente, e che risulta importante perché la città è di indole un po’ pigra, e necessita di essere stimolata. Per fare un esempio, se il Teatro 99 Posti a Mercogliano, che era il punto di riferimento sul territorio per le proposte più innovative, si trova costretto a chiudere per una serie di problemi, nessuno degli abbonati del teatro ha fatto una protesta o si è posto delle domande.

Però sul territorio altre forme d’espressione artistica, vedi ad esempio la musica, stanno invece conoscendo un periodo di grande splendore.

Probabilmente è perché siamo sempre meno abituati ad andare a teatro, e quando ci andiamo quello che vediamo non è sempre bello, quello che viene proposto nelle scuole non sempre è bello, e così via. Se vado a teatro molto spesso vedo solo addetti ai lavori, a vario titolo più o meno ampio. Bisogna far reinnamorare le persone del teatro, cosa che non è facile perché il teatro ti mette di fronte a te stesso e alle tue emozioni, e non tutti sono pronti ad accettare una cosa del genere. Per questo siamo molto grati a Vincenzo Albano per averci scelto e per aver scelto Vernicefresca per l’apertura di Mutaverso Teatro, visto il lavoro che sta facendo sul territorio; credo fortemente che noi realtà indipendenti dobbiamo fare rete per poter crescere insieme.

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Tra i tanti meriti di Itaca/La bottega dei ritorni, il progetto laboratoriale partecipativo ideato da Vincenzo Albano nell’ambito – e ad apertura – della seconda stagione Mutaverso Teatro a Salerno in collaborazione con Maurizio Lupinelli e il suo progetto La Germania che ho in testa, dedicato a Fassbinder e al suo Sangue dal collo di un gatto, vi è sicuramente forte l’idea che esista un humus teatrale di salernitani che sentono ancora forti le loro radici con il territorio ma che allo stesso tempo hanno compiuto percorsi artistici molto variegati e differenti, e che in questi giorni si sono incontrati e conosciuti per costituire un nucleo che possa generare – perché no – future progettualità in grado di dialogare con il territorio in maniera identitaria e costruttiva.

Ospite speciale di questo progetto – che ha visto insieme persone che hanno continuato la loro attività a Salerno, persone che si sono diplomate nelle scuole teatrali italiane più prestigiose e che lavorano per spettacoli dalle tournée nazionali, persone che hanno scelto di seguire la propria strada di costruzione di autonomi prodotti performativi (una di queste, Alessandra Crocco, tornerà a maggio nella stagione di Mutaverso con il suo Progetto Demoni, realizzato insieme ad Alessandro Miele) – è stato un salernitano che invece negli anni ha costruito in maniera molto forte il proprio percorso artistico, ed in particolare nella danza contemporanea, divenendo uno dei punti di riferimento in Italia e apprezzato anche al di fuori dei confini nazionali, arrivando ad ottenere anche un prestigiosissimo riconoscimento come il Leone d’argento alla Biennale Danza del 2014, diretta da Virgilio Sieni. Stiamo parlando di Michele Di Stefano, della compagnia MK, che nonostante abbia un’attività artistica lontana dalla sua città natale, ha mantenuto forte il suo legame con essa, tanto da riconoscersi nella filosofia alla base del progetto ideato da Vincenzo Albano. Abbiamo avuto modo di scambiare qualche parola con lui proprio sul rapporto identitario con Salerno e sul fare attività performativa sul territorio.

Michele, innanzitutto è interessante sapere qual è il tuo rapporto con la città di Salerno. Cominciamo dagli inizi, ovvero prima di scegliere delle strade che poi ti hanno portato a lasciare il tuo luogo d’origine per compiere la tua esperienza artistica.

La cosa più importante da dire è che in realtà io la mia strada l’ho trovata qui a Salerno. La città ai tempi (anni ’90) aveva ancora una vivacità culturale piuttosto movimentata; se è vero che era l’ultimo momento di questa grande stagione attiva per Salerno (che vantava una grande tradizione di cultura teatrale del contemporaneo, per via di tutte le rassegne che ci sono state e per personaggi come Silvana Sinisi, Achille Mango, ecc.), è anche vero che io qui ho visto spettacoli gloriosi, tipo l’Amleto della Societas Raffaello Sanzio al Teatro A di Mercato San Severino. A fare da contraltare però c’è il fatto che invece quando si arrivava alle cose che mi interessavano in maniera particolare, ovvero la coreografia e la danza contemporanea, l’offerta era invece molto carente; questo però mi ha permesso di poter sviluppare la mia indagine personale autodidatta fuori dai contesti di circuito, in una sorta di isolamento, per cui le prime persone con le quali ho lavorato (e alcune di loro sono ancora nella compagnia) erano amici, cioè semplicemente persone che vivevano in questa città e condividevano con me la volontà di inventare e di costruire un’avventura assolutamente autonoma, ovvero distaccata da qualsiasi tipo di scuola. Per questo io non ho avuto bisogno di un contesto per costruire la mia ricerca artistica, ma l’ho sviluppata proprio perché il contesto non c’era, e questo da un lato ha reso il gruppo molto forte proprio perché non derivativo rispetto a delle informazioni sul momento coreografico. Partire da zero è stata la caratteristica principale che poi ha permesso a me e a quelli che lavoravano con me di trovare un percorso fuori, perché letteralmente venivamo da “Marte”, senza alcuna contestualizzazione di settore.

E adesso, invece, alla luce della tua esperienza maturata in tutti questi anni di ricerca artistica?

Il mio rapporto con la città rimane profondissimo ma non in termini anagrafici o biografici ma proprio per la qualità stessa del tipo di ricerca che abbiamo deciso di indagare in principio e che è dipesa innanzitutto da quello che abbiamo voluto costruire. È vero che una volta che i giochi, per così dire, erano fatti è stato necessario muoversi per incontrare nuovi performer, nuovi tecnici, nuovi musicisti, perché ad un certo punto il giro qui delle professionalità artistiche si era esaurito, per cui ho deciso di spostarmi a Roma, che per i salernitani era una città molto comoda, e lì è partito un nuovo percorso che poi ha portato le cose a svilupparsi così come sono oggi.

Una delle cose più interessanti che abbiamo notato parlando con i partecipanti al laboratorio è stato nel fatto che la gran parte di loro non si conosceva l’uno con l’altro, e questo forse è una spia del fatto che mancano delle strutture di networking anche a livello locale/territoriale. Se è pur vero che magari da un lato bisogna cercare di evitare il “localismo”, inteso come fenomeno di conservazione di una presunta pseudo-tradizione piuttosto che altro, dall’altro credo che questo sia un segnale che fare matching sia complicato anche a livello territoriale-locale.

Be’, si, in realtà io adesso ho una frequentazione e uno sguardo sulla città molto particolare poiché torno molto spesso ma per motivi privati e famigliari e quindi sono sempre in questa sorta di nicchia, credo però che manchi completamente un contesto dove è possibile trasmettere delle energie. Ad esempio adesso sto cominciando a sentire di nuovo parlare delle città perché degli artisti o degli amici o dei registi o dei performer mi dicono che vengono qui a fare degli spettacoli e per me è sempre una grossa sorpresa, ed è proprio in questo modo che ho conosciuto il lavoro di Vincenzo Albano. La questione è che è poi complicato superare quel livello nel quale la tua energia o il tuo entusiasmo o la tua capacità di costruire qualcosa da zero entra in relazione con il tessuto preesistente; penso che la questione sia tutta lì, ovvero una volta individuato il desiderio di riappropriarsi – anche territorialmente – di un’appartenenza, perché questa è comunque la città dove sono cresciuto, diventa molto complicato ri-connettersi ad un sistema perché di fatto questo sistema non so esattamente se non ci sia proprio… ma se non altro è abbastanza arrugginito. So che l’Università fa un lavoro con la coreografia, con la danza, probabilmente anche con il teatro, ma questo lavoro si sposta poi su dei contesti che hanno già una forte identificazione come ad esempio Ravello, dove so che succedono delle cose ma sono cose che hanno un certo taglio. Insomma, è difficile – stando all’esterno – ri-smuovere le acque, ed è per questo che sono assolutamente pronto a costruire qualsiasi tipo di dialogo; credo nella volontà ferma delle persone di reinventare, rifondare e ricontestualizzare tutto e forse l’esperienza mia – e di altre persone – può servire a fare quel passaggio necessario, perché se non ci sono i contesti dove mostrare il tuo lavoro, questo deve poi andare da qualche altra parte per forza di cose. Questa operazione organizzata da Vincenzo – a cui ho voluto partecipare – è una situazione di eccellenza, ovvero è un momento che in un altro contesto verrebbe supportato ad un livello anche basico, ma comunque supportata.

Non fosse altro che metterla in condizione di attivare dei processi di rigenerazione identitaria con il territorio.

Assolutamente, e questi processi identitari con il territorio si costruiscono fecondamente se poi appunto l’onda d’urto coinvolge altre figure professionali, altri lavori; non è soltanto qualcosa legato alla comunicazione e alla distribuzione, ma è una costruzione interna, ed è proprio questo che mi chiedevo, cioè se ci fossero professionalità ricettive e pronte all’ascolto o se siamo tutti un po’ sparsi in giro per l’Italia. Io non lo so, proprio perché vengo qui solo per motivi privati, ma anche sentendo molti amici che magari hanno gallerie d’arte contemporanea o che comunque si occupano di cultura sul territorio, i loro racconti sono abbastanza agghiaccianti.

Li posso comprendere, essendo io stesso di Salerno e avendo a che fare con la realtà territoriale anche in qualità di organizzatore di eventi.

Mentre stavo seduto pensavo «Facciamo un laboratorio!», cioè diciamo che io ho una competenza, una riconoscibilità nazionale, e così via, e proviamo a fare un laboratorio, mettendoci tutto l’entusiasmo del caso, per permettere ad altre persone di mettersi in condizione di creare una rete di relazioni sulla città e sulle persone che sono qui; sarebbe per me molto stimolante, e ho una grande curiosità verso una cosa di questo tipo, anche perché le possibilità che ho io in questo momento sono già relative a quell’altro sistema, ovvero, per me esistono già delle possibilità di produzione e distribuzione, di fare dei contratti, di realizzare degli spettacoli, ma non è questo che mi interessa qui in questo contesto. Se sono qui è proprio per capire se è possibile realizzare un dialogo sulla base del fatto che siamo all’inizio di un’avventura – o almeno io mi sento così – e di un rinnovato interesse verso questo luogo qui, che è il luogo dove per me tutto ha avuto inizio.

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Giovedì, 03 Novembre 2016 20:59

Di grandi festival e festival grandi

Il Napoli Teatro Festival e la sua storia sempre così baroccamente travagliata – per usare un eufemismo – ci dà sempre motivi di discussione ampi sullo stato dell’arte della progettualità culturale italiana. La cronaca – in maniera asciutta – ci mostra un cambio della guardia: al dimissionario Franco Dragone, il cui unico anno alla guida del festival è stato segnato da diverbi con CDA e Regione, progettualità segnate sulla carta e poi mai realizzate (a cominciare dalla coda autunnale del festival) e motivi di scontri più o meno aperti (dalla vicenda di Al Pacino alla provocazione di non presentarsi in conferenza stampa, dalle critiche sulla sua non presenza in città a quelle sulle interferenze artistiche) fa seguito il cilentano Ruggero Cappuccio – soltanto omonimo di chi scrive. Drammaturgo e regista piuttosto apprezzato – seppur molto di più per i suoi lavori passati che per quanto fatto negli ultimi anni – ci sembra però una scelta troppo legata a dinamiche del passato, non per demeriti dell’artista – che ancora non ha fatto nulla e pertanto è impossibile da giudicare - quanto piuttosto per il concetto di visione di festival che ha oggi chi questa scelta l’ha fatta.

 Ha senso un grande festival oggi? A chi si rivolge? Quali sono le competenze necessarie affinché possa esserci uno sviluppo virtuoso? Come attrarre pubblico “altro” rispetto a quello che normalmente frequenta le platee e gli spazi delle manifestazioni artistiche? Queste sono solo un infinitesimale esempio delle domande che un progetto di visione a lungo termine di un festival o di una rassegna deve porsi nel momento della sua costruzione. Cerchiamo, a partire da queste, di fare una serie di riflessioni sulla progettualità culturale oggi, allo scopo di sviscerare alcune realtà – a volte anche a rigor di logica banali, ma che poi nella pratica non lo diventano – sul come ragionano o dovrebbero ragionare i festival contemporanei.

Partiamo dal punto teoricamente più banale, ma che in realtà rappresenta un primo segnale della complessità antropologica dell’organizzazione eventi: così come un attore o un regista impiegano anni di duro studio e lavoro per affermarsi ed essere in grado di potersi esprimere ad alti livelli, allo stesso modo un manager culturale impiega anni di studio e di lavoro per diventare esperto nella sua tematica, che tra le altre cose prevede anche la direzione di un oggetto complesso come quello di un festival. I festival oggi devono trascendere dalla semplice proposta artistica per parlare anche di dialogo col territorio, audience development, innovazione e coesione sociale, identità, rigenerazione urbana e molto altro ancora; l’italica ricetta invece prevede, nel 90% dei casi, registi/attori/drammaturghi chiamati ad improvvisarsi in un ruolo che non è quello per cui hanno studiato (qualcuno ci riesce meglio e qualcun altro peggio, è vero, ma il problema rimane alla base). Se è pur vero che il management culturale soffre di un grande problema di formazione nel nostro paese (la figura è stata ufficialmente riconosciuta dal ministero solo da poco tempo, tra le altre cose) è anche vero che in Italia figure di spicco ci sono: penso – per citarne qualcuno – ad Umberto Angelini, Agostino Riitano, Massimo Mancini (e il confronto, ad esempio, tra il lavoro compiuto dal Teatro Stabile della Sardegna in termini di qualità artistica, rapporto col territorio, marketing e comunicazione in questi due anni rispetto agli altri ex-stabili è quasi sempre impietoso). È una cosa così logica (il ruolo secondo le competenze) che ci si stupisce che non venga (quasi) minimamente presa in considerazione.

Poi c’è l’anemica crisi del grande festival come concetto, che a mio avviso hanno ancora senso di esistere, ma a patto di rinnovare la propria pelle e confrontarsi con le necessità contemporanee. Festival come Spoleto o Ravello, ad esempio, vivono una situazione complessa in quanto l’accento su cui si basava la loro nascita decenni fa era quello di dare la possibilità di vedere espressioni artistiche afferenti che altrimenti non sarebbe stato possibile vedere o quasi: i grandi del passato, da Brook a Grotowski, da Glass a Sinopoli, dalla Von Trotta a Kiarostami, i festival rappresentavano un modo per portare al pubblico italiano le eccellenze della produzione mondiale artistica, e di permettere ai grandi artisti italiani di confrontarsi e dialogare con essa. Oggi questa cosa non è più fondante, in parte per la costituzione di festival medi e grandi ormai su tutto il territorio nazionale, che tolgono al grande evento quella sensazione di unicum proponendo esponenti nazionali ed internazionali di grande valore, in parte per la globalizzazione e il diminuire delle distanze (andare oggi a Londra o a Parigi per vedere un evento è relativamente facile, e venirne a sapere è semplicissimo, grazie al bombardamento dell’informazione dato dai new media). Quale deve essere lo scopo dei festival oggi allora? Quello di fare da ponte tra il mondo dell’arte e il territorio, di identificarsi con esso e di sviluppare processi di rigenerazione urbana, innovazione sociale, dialogo con il pubblico anche e soprattutto attraverso la proposizione di spettacoli dall’altro valore artistico. Non si ferma alla scelta degli spettacoli, in quanto essi rappresentano un pezzo di un puzzle fatto di dialogo con fruitori e cittadini attivo 365 giorni l’anno e non solo durante il periodo del festival (come fa ad esempio Santarcangelo con Anno Solare, seppur in forma ancora embrionale), formazione, networking, lavoro con il territorio, comunicazione, riutilizzo dei luoghi e degli spazi urbani in una nuova declinazione performativa (il cosiddetto Performing Heritage); e ancora connessioni con le industrie creative (e in particolare il design, inteso come metodologia in grado di cucire su misura – e quindi disegnare – la visione del festival), connessioni identitarie con le persone che fruiscono direttamente o indirettamente dell’evento, che devono sentirlo come parte integrante del proprio essere, e così via. Solo così un grande evento può essere ancora significativo. Il caso di Ravello è in realtà ancora più particolare, in quanto il territorio in cui insiste è un territorio formato al 90% da operatori del settore turistico, a più o meno titolo; è quindi un festival che deve essere pensato e sviluppato in un’ottica di attrazione turistica, poiché questa è la richiesta identitaria del territorio che lo insiste (e non è un caso che quest’anno, ad esempio, nonostante alcuni eventi siano stati di qualità eccelsa anche per una certa capacità di proporre delle novità assolute, come ad esempio il lavoro sulla danza contemporanea, il festival è stato considerato un flop).

Quanto detto finora scalfisce solo la superficie di quella complessa macchina che è l’organizzazione di un festival, anche solo in linea di pensiero; la condizione che viviamo e vediamo (soprattutto nella mia regione, la Campania, ma in generale riscontrabile a più o meno titolo su tutto lo scacchiere nazionale) è invece quella della nomina decisionale, calata dall’alto anche quando c’è un bando, spesso affidata a un “nome” che è uno specchietto per le allodole, mentre invece pensieri e ragionamenti altri dal “portiamo x o y” – indipendentemente dalla qualità di essi – non se ne vedono. Ed è un peccato, perché se questi ragionamenti sono stati ben recepiti nel resto d’Europa e del mondo – penso al lavoro compiuto nella Ruhr o in Estonia, e addirittura formalizzati dalla stessa Unione Europea nel libro verde sulle industrie culturali e creative, ormai dato 2010 (sei anni fa, tanto per dire) – in Italia continuiamo a guardare al passato, alla conservazione piuttosto che all’innovazione, alla forma piuttosto che alla sostanza. Come cantavano i Baustelle in Diorama (titolo non casuale) “fissi dietro al vetro bocca aperta fuori piove il giorno muore ma lo scopriremo poi”.

Pubblicato in Editoriali generali
Domenica, 16 Ottobre 2016 17:27

RomaFF11. The Birth of a Nation

Son valsi la pena i sette anni di lavorazione per The Birth of a Nation di Nate Parker, un esordio da non perdere di vista.

Pubblicato in Cinema
Domenica, 16 Ottobre 2016 17:16

RomaFF11. Manchester by the Sea

Il dolore di un ispirato Casey Affleck guida la mano di Kenneth Lonergan col suo ultimo e travagliato Manchester by the Sea.

Pubblicato in Cinema

La compagnia Cuocolo Bosetti per la prima volta in Campania il 27 maggio grazie a Erre Teatro, a felice chiusura della stagione teatrale Mutaverso. 

 

 

“Scene Contemporanee” è fiera di essere stata di supporto alla prima stagione di Mutaverso Teatro, un progetto ambizioso, nato dal desiderio di «alimentare, in tempi di crisi, l’utopia, un capovolgimento delle prospettive che Erre Teatro si auspica».

 «Incuriosire e formare un nuovo pubblico è doveroso». Così si era espresso Vincenzo Albano in un’intervista di Alessandro Toppi pubblicata da "Il Pickwick". E visti i frutti di quella che possiamo definire una vera e propria, ostinata, battaglia artistica, possiamo anche affermare che lui, questo dovere, lo sta portando a termine. 

La stagione teatrale iniziata nel febbraio scorso a Salerno è in dirittura d’arrivo. Tante le visioni artistiche che si sono manifestate nei luoghi e sui palcoscenici della città. Tanti gli azzardi, e le scommesse. Non per quel che riguarda le compagnie che si sono “esibite”, ma per la risposta sperata e ottenuta nel pubblico: quella disponibilità ad ascoltare un segno appena tracciato, a lasciarsi andare a suggestioni visive, a lasciarsi scrivere nell’inconscio memorie collettive nuove, grazie ad una modalità non tradizionale di fruizione del teatro. 

L’avventura di Mutaverso Teatro, voluta da ErreTeatro (associazione nata nel 2012 ad opera di Vincenzo Albano), è cominciata il 3 febbraio, ha ospitato nove spettacoli di compagnie tutte italiane, che spesso nel loro percorso si sono assunte un impegno nei confronti della contemporaneità e del futuro della scena italiana e internazionale. 

Tra queste, le prime apparizioni nel territorio campano: BAM Teatro / MaMiMò con HOMICIDE HOUSE, DispensaBarzotti con HOMOLOGIA, Contromano Teatro con NELLA GIOIA E NEL DOLORE.

E, a chiudere, lo spettacolo MM&M di Cuocolo Bosetti che andrà in scena il 27 maggio.

Renato Cuocolo e Roberta Bosetti si sono incontrati nel 1996 durante un festival teatrale a Torino. Si sono innamorati, artisticamente e non, e hanno dato vita a una forma teatrale che conosce successi straordinari, soprattutto all’estero, e in particolare in Australia, dove sono diventati compagnia di bandiera proprio grazie all’innovazione insita nella loro visione dell’interpretazione teatrale. 

Nati come interpreti, come “prestacorpo a personaggi”, i due artisti a un certo punto hanno deciso di interrompere questo dualismo tra attore e personaggio a favore dell’individuo, dell’essere umano-attore; non rinnegando però la teatralità, anzi, sottolineandone la presenza assidua nella vita (e nella morte) quotidiana. 

I luoghi della vita sono infatti i luoghi prediletti del loro teatro. Le loro vicende personali che la stravolgono e segnano diventano le loro sceneggiature. Non perché la propria vita sia più importante di quelle degli altri, ma proprio perché raccontare una vita vuol dire, forse, raccontarle tutte. Raccontare una morte, il suono di una voce che scompare pian piano dai ricordi, vuol dire raccontare la mancanza di tutte le morti (come nel caso del loro spettacolo The Walk, 2013).

La prossimità dettata dalla mancanza del palcoscenico (e del luogo teatro in sé) è allora omologia di una vicinanza molto più profonda, capace persino di trovare ricordi comuni tra esseri umani che non si erano mai incontrati prima. Perché se ognuno di noi ascoltava una voce diversa che lo cullava da bambino, forse certe musiche, certi ritmi, il battito di certe ninne nanne, risuona in luoghi sconosciuti di ognuno di noi. 

Ed è su questo che, pur se nello spazio canonico della sala teatrale, la compagnia mette ancora l’accento, nello spettacolo che sarà presentato il prossimo 27 maggio: sulla capacità del teatro, come del cinema, o della televisione, di creare ricordi reali nello spettatore, ricordi che nel tempo hanno perso la loro natura fittizia per convivere nella nostra memoria accanto a quelli privati e davvero personali, in un rapporto di continuità. Il gioco di specchi e rimandi è infinito. L’inconscio collettivo della società moderna è un enorme database di immagini in bianco e nero impresse sulla cellulosa, di suoni ascoltati e riascoltati alla radio, nei compact disk, sui cellulari di nuova generazione; è il suono di un’unica frase tradotta in lingue diverse di film che hanno suscitato emozioni e a volte deciso il futuro professionale di bambini e ragazzi vissuti in parti opposte del globo terrestre. 

La nostra memoria è contaminata dalla finzione, dal teatro. La nostra vita lo è, continuamente. Questa contaminazione è la nostra connessione inconscia con l’altro. E allora perché non utilizzarla? Perché non creare, ancora, memorie collettive?

«MM&M è uno spettacolo sull’identità. Sull’esplorazione dell’identità, considerando che uno è tanto più autentico quanto più è vicino a quello che ha sognato di essere», avvertono Cuocolo e Bosetti nella loro presentazione dello spettacolo, parafrasando una delle frasi più belle del cinema di Almodovar, in uno dei monologhi più veri del cinema contemporaneo. I due decidono di chiudere la loro presentazione con questa frase, pienamente consci di ciò che una frase del genere può scatenare, dando quindi inaspettatamente una prova tangibile della veridicità delle loro argomentazioni. 

Ci sarebbe molto altro da dire, ma il teatro (inteso nella sua accezione più vasta) è un’esperienza che va vissuta. Vissuta e assimilata. Lasciata agire e goduta. Per il resto dei propri giorni. 

  

“Scene Contemporanee” segnala, inoltre, che Franco Cappuccio (Direttore editoriale) e Renata Savo (Caporedattrice della sezione di arti performative) modereranno insieme a Vincenzo Albano un incontro tra il pubblico e Cuocolo/Bosetti giovedi 26 maggio alle ore 20 presso il cortile dell'Ave Gratia Plena (Ostello della Gioventù) in Via Canali a Salerno.

Erre Teatro ringrazia, inoltre, l'ufficio stampa Claudia Bonasi (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) e Antonio Dura, direttore editoriale di PuraCultura.

 

MM&M

di e con Renato Cuocolo e Roberta Bosetti

 

27 maggio

ore 21.00

SALA PASOLINI / Ex Cinema Teatro Diana, via Lungomare Trieste, 13

 

Info:

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3480741007

 

Ingresso € 10

Si consiglia vivamente la prenotazione per ragioni di carattere organizzativo

(presso Lungomare Trieste, Salerno – zona Santa Teresa ; T. 348 0741007)

 

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Tra le nuovissime generazioni teatrali che si stanno affacciando sulla scena nazionale, sicuramente una delle più interessanti è Contromano Teatro, duo di Molfetta che fin dalla sua fondazione – 2014 – ha fatto parlare di sé, a partire dal suo spettacolo d’esordio Nella gioia e nel dolore, che viene finalmente – dopo tanto girovagare - presentata all’interno della stagione Mutaverso diretta da Vincenzo Albano a Salerno, di cui Scene Contemporanee è orgogliosa sostenitrice. E’ stata l’occasione per parlare con una delle due anime della compagnia, ovvero Elio Colasanto, con cui abbiamo avuto modo di parlare sia della loro poetica e del loro modo di lavorare che di una riflessione generale sullo stato del mondo delle arti performative in Puglia, dopo un decennio che possiamo definire di grande splendore.

Franco Cappuccio: Come nasce la scintilla che ha portato alla realizzazione di “Nella gioia e nel dolore”?

Elio Colasanto: In realtà siamo partiti da una diversità, ovvero da due modi differenti tra me e Alessia, che è l’altra parte di Contromano Teatro, sul perché ci si sceglie e perché si sceglie di stare insieme. Tra l’altro Alessia in quel periodo stava per sposarsi, per cui era un tema che stava vivendo, e da questa divergenza di opinioni è partita un’analisi che ha portato alla costruzione di una serie di condizioni che hanno dato via poi allo spettacolo, e in particolare ci siamo concentrati sulle dinamiche di un paesino in cui è sempre evidente la dicotomia sul se ci si lascia trascinare dalla corrente del paesino stesso e delle sue tradizioni e modi di fare oppure se si opera una scelta più ponderata alla base dello stare assieme; in un certo senso lo spettacolo ironizza su una serie di situazioni tipiche, soprattutto dalle nostre parti, che condividiamo o non condividiamo.

In quest’ironia il territorio stesso dove provenite è molto presente, ed è una componente inscindibile dello spettacolo…

Si, è vero, d’altronde anche nell’ironia traspare il nostro amore per questa terra, in quanto si riesce a fare ironia bene su qualcosa che di base si vuol bene.

Nella stagione di Mutaverso Teatro abbiamo visto tanti modi di approcciarsi allo spettacolo, dal testo scritto indipendentemente dalla messa in scena a processi di scrittura scenica in cui il lavoro sul palcoscenico è tutt’uno con la fase di scrittura ed inscindibile. Voi dove vi collocate con il vostro mettodo di lavoro?

Il nostro lavoro nasce sempre da un’idea su cui sperimentiamo e su una domanda o un’urgenza per noi importante, e a partire da questo costruiamo uno scheletro di quello che poi sarà lo spettacolo che però non è detto che poi seguiamo scientificamente, in quanto il tutto viene modificato continuamente dalla regia oppure ad esempio da delle improvvisazioni che costruiamo, ma il tutto ci serve come una traccia di lavoro. In ogni caso, per noi viene prima la drammaturgia e la costruzione dello spettacolo è fatta ad hoc per la nostra compagnia: i personaggi delle nostre opere ad esempio sono costruiti su di noi e sui nostri limiti e le nostre sensazioni, e non potrebbero essere rappresentati da altri.

La scenografia dello spettacolo è imponente, con questa grande torta nuziale sui siete adagiati voi in scena. Come mai questa scelta?

Volevamo un simbolo che rappresentasse il nostro spettacolo; nel nostro lavoro utilizziamo molto i simboli e la scenografia diventa per noi un motivo per rappresentare in maniera chiara e lampante il nostro simbolo. La torta nuziale l’abbiamo scelta perché oltre ad essere un simbolo tradizionale del matrimonio, è anche qualcosa di effimero, di inutile e non necessario rispetto al compimento stesso del matrimonio come concetto, e questa è l’occasione quindi per caricare questo simbolo con qualcosa che diventa grottesca. Inoltre, avere una scenografia imponente rappresentava per noi anche una necessità pratica vera e propria, in quanto lo spettacolo è stato costruito per essere rappresentato sia tradizionalmente nei teatri che negli spazi all’aperto come le piazze, e per questo motivo serviva una scenografia in grado di far vedere a tutti in maniera corretta lo spettacolo.

Voi siete nati nel 2014, ovvero al termine di un decennio straordinario per lo sviluppo delle arti performative in Puglia e della cultura in generale, grazie al grande impulso dato dalle politiche regionali. Ne avete tratto giovamento nel vostro lavoro e nel vostro rapporto col territorio oppure in realtà questa parentesi si è chiusa e si è ritornati ad un grado zero del fare teatro nella vostra Regione?

Partiamo dal presupposto che siamo fortemente convinti che una compagnia teatrale, comprese quelle cosiddette “di giro”, e forse anzi loro ancora a maggior ragione, debbano lavorare col loro territorio di appartenenza perché debbono rapportarsi con esso. Io vengo da delle esperienze pregresse che mi hanno fatto conoscere nello specifico, ad esempio nel mio lavoro con Fibre Parallele, i benefici che il sistema che la Regione Puglia aveva messo in campo per sviluppare le arti performative, a partire dal lavoro del Teatro Pubblico Pugliese fino al sistema dei Teatri Abitati e delle compagnie regionali in residenza, ecc. e poi l’ho vissuta all’esterno, quando sono andato a studiare in accademia fuori regione, e mi trovavo spesso ad affrontare discussioni con gente che mi chiedeva appunto di questa grande rivoluzione culturale e questo momento d’oro che la Puglia stava vivendo nelle arti performative. Noi però siamo nati nel 2014, quando tutto questo complesso fenomeno si è arrestato, e ha creati situazioni in cui ognuno vive da sé con quelle poche risorse che riesce ad avere: Teatri Abitati resiste solo per alcune compagnie che riescono ad ottenere fondi dai Comuni in cui risiedono, non ci sono più eventi e non c’è più la vitalità che c’era fino a qualche tempo fa; noi siamo stati un po’ più fortunati di molti altri in quanto col nuovo spettacolo, che debutterà a Giugno a Castrovillari, siamo riusciti ad ottenere un supporto illuminato da parte di un teatro nella nostra regione, ma si naviga a vista e non si può e non si riesce a svolgere una progettazione delle proprie attività a lungo termine.

Ma al territorio è rimasto qualcosa di questo decennio di sviluppo oppure è tornato tutto come se non fosse mai accaduto?

Qualcosa al territorio è rimasto dal punto di vista della crescita del pubblico, che in questi anni si è abituato a vedere anche un teatro diverso, e nella crescita professionale di molti artisti, che sono diventati poi nomi di punta del panorama nazionale italiano teatrale. Ci sono poi alcune compagnie, tra cui noi, che sono nate dopo, e che sono un po’ come fiori nel deserto o nel cemento; se non vengono curati e lasciati al loro destino, rischiano di morire, per via delle condizioni difficili in cui si trovano.

Pubblicato in Arti Performative
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