Giovedì 29 Giugno 2017
Lunedì, 26 Giugno 2017 18:30

Teatro delle Albe // Inferno

Proseguono al Teatro Rasi di Ravenna fino al 3 luglio, tranne il lunedì, le repliche di un viaggio attraverso l'Inferno dantesco in compagnia del Teatro delle Albe e settecento cittadini

Decidere di affrontare la Divina Commedia è, forse, una delle prove più difficili alle quali si può sottoporre un artista. Ermanna Montanari e Marco Martinelli non solo lo hanno fatto ma hanno anche portato per mano gli spettatori durante il viaggio mettendosi nei panni di quel poeta che cantò del figliuol d'Anchise che venne di Troia, / poi che 'l superbo Ilïón fu combusto. Due Virgilio per accompagnare un Dante che si fa molteplice (il pubblico) e diventa, nelle intenzioni degli autori, l'umanità intera o, come lo definì Ezra Pound, l'Everyman, perché il viaggio salvifico compiuto dal Sommo Poeta è teso al rinnovamento della società intera.  

Spettatori, in attesa dell'inizio, contemplano il sepolcro del poeta dal quale, con la simbolica apertura delle porte, inizierà il viaggio attraverso l'Inferno che dà il titolo allo spettacolo. Ermanna Montanari e Marco Martinelli arrivano dalla basilica di San Francesco accolti da un applauso scrosciante, salutano gli amici, lei sofferma lo sguardo su un neonato in prima fila che si guarda intorno incuriosito. Un ragazzo in nero suona una conchiglia ed Ermanna inizia a recitare i primi versi seguita da un coro di attori mescolati tra un pubblico pronto a seguirne l'artifizio. Infine, con la recita dell'ultimo verso del canto I, Allor si mosse, e io li tenni dietro, seguiamo le nostre guide che attraverso la selva cittadina ci portano fino al rassicurante incontro con Beatrice, scesa nel limbo per dare a Virgilio il compito di salvare Dante dalle tre fiere e guidarlo attraverso l'Inferno.

Arriviamo così al luogo dell'eterno dolore, un Teatro Rasi smantellato per fare spazio a quella conca che sprofonda verso il centro della terra e che attraverso la natural burella permetterà poi di proseguire il viaggio verso il Purgatorio prima e il Paradiso poi. Sulla facciata le prime quattro parole della terzina che apre il canto III:

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Ogni spettatore entra preso per mano da Virgilio e la brezza esterna viene sostituita da un'atmosfera angusta, dal caldo e dalle urla di un gruppo di miliziani. Non vi è qua Caronte a traghettare le anime al di là dell'Acheronte ma il comandante di questa milizia (Roberto Magnani) che, con parvenze hitleriane, recita il monologo di Renaud in Venezia salva di Simon Weil. Si entra nel regno di Lucifero, e ci si ritrova in Africa, in Ucraina, in Medio Oriente, ovunque ci sia guerra e ovunque ci sia odio, sulla Terra. Cambiando sala si viene spinti da diavoletti con kalashnikov che fanno sedere ma in modo “scomodo” (dopotutto si è all'Inferno). Entrano coppie di giovani che non si lasciano mai la mano, sono Paolo e Francesca, tormentati da una tempesta avvolgente, contrappasso della passione che li guidò in vita. Anche qui la grande contemporaneità di Dante viene evidenziata dalla lettura di Francesca di Ezra Pound, «un grande poeta – come dice Martinelli in un'intervista rilasciata a Ravennanotizie.it – che non andrebbe strumentalizzato da movimenti politici». Si incrociano gli avari, gli scialacquatori, le Erinni, ma mentre si tenta di raggiungere la città di Dite i settecento, ravennati e non, che hanno risposto alla chiamata pubblica del Teatro delle Albe si interpongono. È un numero impressionante, non sono presenti tutti ogni sera ma emoziona vedere tante persone mettersi in gioco per celebrare il genio di Dante, come nelle sacre rappresentazioni medievali si vedevano coinvolte le maestranze cittadine. Incontriamo poi il maestro, Brunetto Latini per l'Alighieri, Pasolini per noi. Bastano le immagini del famosissimo documentario girato sulla spiaggia vicino a Sabaudia e l'invettiva contro l'appiattimento culturale per rendere vive la solennità e la superiorità morale di colui che per il poeta rappresentava una figura paterna. Passeggiare per questo Inferno connette la Divina Commedia al presente: si incontravano allora ruffiani, simoniaci e usurai, si incontrano oggi i “barattieri”, ovvero coloro che si arricchiscono sfruttando la propria carica pubblica o politica. Nell'antro più profondo della fossa ci sono Ulisse e Diomede (Alessandro Renda), i due personaggi che erano dentro la stessa fiamma a due fuochi, gli autori delle frodi più astute; raccontano dell'ultimo viaggio compiuto oltre le colonne d'Ercole per seguir virtute e canoscenza. Si passa attraverso l’intensa recita di Ermanna Montanari, che fa toccare con mano la sofferenza del conte Ugolino, e si arriva alla fine del viaggio, che si svolge nell'abside della chiesa che fu il Teatro Rasi. Due manichini sorridenti si pugnalano alle spalle. Hanno una faccia che ricorda quella finta delle pubblicità degli anni cinquanta, sorridono e piroettano su se stessi quasi ipnotizzando, ma ci pensa Virgilio a riprendere tutti gli spettatori per mano.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

 

    

 

 

 

    

 

 

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Tradizione e innovazione, osservanza e anarchia, il gruppo jazz Mostly other people do the Killing fonde insieme i canoni del Jazz con l’imprevedibilità di una musica fatta di assoli bizzarri e di un perfetto accordo stilistico tra gli strumenti. Da sempre i MOPDK riescono ad ottenere consensi con la loro capacità di conservare ed innovare insieme un genere musicale che, secondo l’opinione di Moppa Elliot - bassista e leader del gruppo - riesce ad essere valorizzato solo nella misura in cui chi lo esegue esprime la propria impronta stilistica senza abbandonarsi ad un riarrangiamento di brani già proposti.

Il disco accoglie l’ascoltatore con Hi-Nella, una traccia in cui la tromba si lascia apprezzare nelle sue variopinte acrobazie per poi dialogare con la sezione ritmica nella seguente Hony Hole. Le vibrazioni generate dall’ensemble di strumenti riempiono lo spazio intorno e sospingono i piedi in un inseguimento continuo del ritmo fino a quando i fiati non risolvono la marcia in un assolo o in una danza swing con piano o batteria. Il pezzo che meglio sintetizza queste sensazioni e che ha di certo qualcosa di brillante nella sua eccentricità è Kilgore. In questo brano la tromba, nel silenzio degli altri strumenti, si esibisce in una delle sue migliori performance in quasi tre minuti di sussuri e stridii che precipitano poi su un magnifico pianoforte i cui tasti si rincorrono e si accavallano sotto la furia delle mani di un pianista che chiude il brano con un guizzo di genialità. Ed è ancora il piano ad aprire il pezzo successivo, stavolta con un incedere rilassato quasi a voler preparare l’ascoltatore al ritmo che resta nell’angolo in attesa di ritornare sulla scena in tutta la sua coinvolgente pienezza.

Perfetto in Meridian è l’incontro di sax, trombe e piano mentre quest’ultimo in Glenn Riddle fa da guida agli altri strumenti per lasciar posto ai fiati sul finale. Meraviglioso infine è Five che chiude l’album con un’atmosfera da cartone degli anni trenta in bianco e nero e chiama sulla scena tutto l’ensemble che saluta il pubblico con un’ultima esibizione prima dell’inchino finale.

Otto sono i brani del disco che si intitola Loafer’s Hollow come la città della Pennsylvania che ha dato i natali a Elliot mentre ciascun brano dell’album è intitolato ad un autore letterario e, sebbene non vi sia alcunchè di evocativo all’interno delle tracce tanto da far pensare agli scrittori citati, questo omaggio alla letteratura conferisce un tocco di raffinatezza all’intera produzione. Da poco più di dieci anni sulla scena musicale internazionale, i MOPDK tengono insieme la tradizione del jazz che tiene conto delle influenze dei più grandi interpreti della storia del genere come Armstrong, Ellington, Davis, Coltrane (solo per citarne alcuni) per poi cercare un proprio stile nella contaminazione, nei tentativi di innovazione che passano per la sovversione della stessa tradizione attraverso una ricerca di elementi di ironia e imprevedibilità.

Loafer's Hollow è di certo un disco da ascoltare e riascoltare perchè nei suoi 39 minuti di ritmi gioiosi e dai toni talvolta circensi mette allegria ma anche per capire che il jazz non chiede di essere appannaggio di una nicchia di ascoltatori; i MOPDK dimostrano che il contatto con altri generi e la capacità di innovare fanno di esso un punto d’incontro ed un bacino di inesauribile creativi.

 

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I Radiohead sono tornati in Italia per due date, a Firenze lo scorso 14 giugno e a Monza, all’interno dell’ I-Days Festival, due giorni dopo. Per i fan si è trattato di due occasioni molto succulente considerando due eventi concomitanti e parimenti imperdibili: il ventennale di Ok Computer (1997) e l’uscita nel 2016 del nono album, A Moon Shaped Pool, “rimescolamento” di elaborazioni discografiche precedenti ed inediti (Daydreaming). 

Firenze, 14 giugno 2017. Il cielo – screziato da nuvole potenzialmente minacciose – fa da sfondo alla calura già abbondantemente estiva del capoluogo toscano. Tuttavia la pioggia, in agguato per tutto il giorno, si manifesterà soltanto a concerto finito, in forma lievissima e sottile. Nell’Ippodromo della Visarno Area circa 50.000 persone si sono unite non solo in nome della musica, ma soprattutto in nome di un’idea, di un mito, di un idolo che porta sulle spalle trent’anni di carriera. Thom Yorke e i suoi (formazione completa: Jonny Greenwood, chitarra, tastiera, sintetizzatore, pianoforte; Ed O’Brien, chitarra, cori; Colin Greenwood, basso, tastiere, sintetizzatore; Philip Selway, batteria, percussioni, cori) suonano per due ore e mezza, alternando deliri rock a nenie malinconiche e riflessive, in un up and down emozionale che oscilla tra stati d’animo adrenalinici e momenti puramente onirici. Anticipati da Junun, progetto collaterale di Jonny Greenwood e del compositore israeliano Shye Ben Tzur e da James Blake, talento inglese prodigiosissimo, i Radiohead calcano le scene alle 21:30 in punto. La coreografia è elegante ed essenziale, fatta di colori più o meno sgargianti a seconda del ritmo dei pezzi suonati. Sui maxi schermi le immagini dei componenti della band sono volutamente sgranate o frammentate. Scelta discutibile considerata la mole di persone che affolla il polveroso Ippodromo; infatti i ritardatari – come la sottoscritta – sono costretti a sentirli (vederli non più) da molto lontano. Yorke è scontroso quanto basta da risultare adorabile: esordisce in medias res, ringraziando in modo quasi dimesso il pubblico. L’unica vena sarcastica che si concede e che lo “umanizza” è la sua stessa voce fuori campo che interviene di tanto in tanto tra un pezzo e l’altro, inscenando estemporanei siparietti in un italiano maccheronico. Eppure. I venticinque pezzi suonati, in una soluzione di continuità che non poteva essere migliore di quella scelta, rappresentano appieno il simbolo di quella sympátheia difficilmente raggiungibile in altri contesti: c’è perfetta sincronia tra artista e ascoltatore, si viaggia sugli stessi binari, ci si lascia guidare senza discutere se non della bellezza che non si scrolla di dosso neanche a distanza di ore (se non di giorni). Il pezzo d’apertura è Daydreaming, ma le corde vibrano di rock per quasi tutta la prima parte del live (Airbag, 15 Step, Myxomatosis), con particolare attenzione all’ultimo album (Ful Stop, Desert Island Disk); ovazioni sui virtuosismi e sulle sperimentazioni del loro passato discografico (Everything in Its Right Place, Bloom, Idioteque) con tre intermezzi alienanti e inaspettati: Lucky, Let Down, Exit Music (For A Film) da ascoltare ad occhi chiusi, respirando sommessamente, dando peso a ciascuna parola emessa e a ciascuna nota suonata. Breathe, keep breathing, don’t loose your nerve.

È trascorsa poco più di un’ora quando l’instancabile band – la cui verve è accompagnata, oltre che da un invasato Yorke, anche da un grintosissimo Greenwood che passa da uno strumento all’altro con facilità disarmante – omaggia il sedicente passato (prossimo e/o remoto): il trittico There There, Paranoid Android, Street Spirit (Fade Out), preceduto da 2+2=5 chiude in maniera encomiabile la prima parte. Sono ancora intera? Prossima alla chiusura, la band di Oxford rientra con ottimismo e – azzardo – allegria: sulle note della seppur trascurabile Lotus Flower, il pubblico balla e si diverte più di quanto non abbia fatto già, forse consapevole che di lì a poco tornerà a piangere per la bellezza di due pezzi cardine della lunga carriera dei Radiohead: Fake Plastic Trees parte da lontano (Yorke comincia a cantarla prima di suonare, creando l’effetto straniante del “ma è lei o non è lei?”) e termina all’unisono sulle devastanti e universalmente struggenti parole d’amore finali “if I could be who you wanted all the time”. Karma Police è il manifesto, l’inevitabile sipario di un live forse non memorabile, ma intenso nel suo essere (stato) introspettivo, carismatico, profondo, vitale. Sembra davvero di aver perso se stessi e non solo per un minuto.

 

 

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A un anno dalla scomparsa di Umberto Eco, il regista Leo Muscato rende omaggio a Il nome della rosa con la prima versione teatrale del bestseller realizzata da Stefano Massini

 

«Non aspettatevi ch’io vi parli troppo del Nome della rosa perché io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate», raccontava Umberto Eco al Salone del Libro di Torino nel 2011. «Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente migliori, ma per la legge di Gresham quello che rimane più famoso è sempre il primo». A trent’anni dalla prima edizione (1980), l’illustre professore ammetteva di non sopportare più di essere legato al suo bestseller più noto, quel romanzo storico multistrato come una torta nunziale – conte philosophique, giallo hard boiled, lusus da giornaletto umoristico, apologetica di Borges, inconsapevole precursore di Dan Brown e fratelli – che aveva elevato il semiologo di nicchia dal rango di accademico ignoto a quello di scrittore italiano più tradotto e venduto nel mondo. Eco si era scoperto ostaggio di un successo incontrollato, perché i gusti del pubblico sono la variabile assoluta di ogni industria, anche di quella letteraria. Eppure nemmeno lui aveva saputo resistere alla tentazione – umanissima e comune agli artisti di ogni epoca – di “rinfrescare” la propria opera con revisioni, correzioni e altre istruzioni per l’uso che la preservassero dalle corrosioni del tempo. Per mettere fine alle mille congetture formulate da critici e studiosi, le Postille a Il nome della rosa (1983) ridefinirono i confini di quel medioevo costruito ad arte mettendone allo scoperto contesto storico, fonti bibliografiche, citazioni, possibili varianti e alternative equivalenti. Ma l’ubriacatura di sollecitazioni sedimentate negli anni, propiziata anche dalla fortunata trasposizione cinematografica di Jean-Jacques Annaud (1986), perdurò a tal punto da indurre l’autore ad adeguare il testo d’origine persino al lettore moderno (l’ultima versione risale al 2011).

Non sarà questa la sede per approfondire le ragioni che possono aver spinto Eco ad aggiornare la Rosa ai tempi dei nativi digitali, ma il dibattito interpretativo innescato dall’opera letteraria aiuta a comprendere lo sforzo messo in atto dal primo ambizioso adattamento teatrale realizzato dallo scrittore e drammaturgo Stefano Massini (Lehman Trilogy) per la regia di Leo Muscato. Andata in scena in prima assoluta al Teatro Carignano di Torino dal 23 maggio all’11 giugno (e in tournée in Italia nella prossima stagione), la nuova coproduzione (Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Genova e Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale) ripercorre le losche vicende di un’abbazia benedettina del 1327 con la grandiosità di una messinscena fortemente evocativa, che compensa l’impossibilità di ricreare la minuziosità del dettaglio con lo scavo semiologico decifrato nelle Postille. Laddove il lavorio delle descrizioni riproduce nel romanzo i numerosi ambienti del tenebroso monastero, a teatro si supplisce con l’allusione creando uno spazio percettivo astratto. La serie di morti inspiegabili, gli indizi e le prove trafugate, i colpi di scena e gli oggetti misteriosi, i supplizi e la tragedia finale: tutta l’indagine di frate Guglielmo e del suo allievo Adso da Melk si compie entro i limiti di una scatola magica in continua metamorfosi (scene di Margherita Palli), dove le memorie dell’antico novizio – figura onnipresente quasi kantoriana – si materializzano con la ieraticità propria delle pale d’altare medievali. Di quei tempi bui così simili alla modernità, in cui Chiesa e Papato si combattevano con ogni mezzo e cominciava a incrinarsi il pensiero scolastico, il vecchio Adso (Luigi Diberti) riporta alla mente le eresie, i fanatismi, i roghi, ricostruendo la cosmologia onirica di un mondo perduto. Davanti ai suoi (e ai nostri) occhi scorrono i sai dei francescani e le vesti sontuosissime dei prelati di curia (costumi di Silvia Aymonino), i brumosi cieli notturni e le architetture opprimenti dell’abbazia, le cucine, il refettorio, la cappella, l’ossario, le celle, lo scriptorium, la biblioteca. Si odono melodie semplici e canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti (musiche di Daniele D’Angelo) che traghettano lo spettatore all’interno di una dimensione rituale in cui la “parola”, divina ordinatrice fra i nomi e le cose, si manifesta nel suo potere incantatorio, mentre le videoproiezioni tridimensionali (di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii), che si sovrappongono agli arredi e alla scalinata che troneggia nel mezzo come raffinati e certosini intarsi policromi, amplificano lo stupore dei protagonisti di fronte alle meraviglie del sapere celate nel ventre dell’edificio (sorprendenti i disegni dei marchingegni che fluttuano nell’universo, la babele di parole sconosciute, le fiamme della distruzione in cui vanno in fumo migliaia di preziosissimi manoscritti raccolti lungo i secoli).

Libro «fatto di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri», Il nome della rosa è però anche un buon poliziesco di artigianato basato su una trama avvincente. Padre Guglielmo da Baskerville, francescano, ex inquisitore e filosofo occamista, è il prototipo del detective illuminato dalla ragione (più che dalla fede), incaricato di scoprire colpevole e movente; e il fedele Adso ha esattamente la medesima funzione del dottor Watson nelle avventure di Sherlock Holmes. Malgrado gli infiniti labirinti fisici e mentali, Guglielmo dipana la «bella e intricata matassa» fino a scoprire che i delitti che hanno sconvolto il microcosmo monacense sono stati commessi per impedire la conoscenza di un volume proibito ritenuto sinonimo di eccesso e licenziosità: il secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia e al riso. Muscato non sembra tuttavia troppo interessato a restituirci l’intreccio attraverso l’azione: nell’ansia di affondare nel significato ultimo del testo (e di sottrarsi all’inevitabile confronto con l’eroe carismatico di Sean Connery nel film di Annaud) preferisce soffermarsi sulla sensibilità di Guglielmo (Luca Lazzareschi) nell’individuare i segni e interpretarli, costringendolo alla fissità dei ragionamenti lenti e faticosi con cui fronteggia la dialettica oscurantista ben più affilata del vecchio Jorge da Burgos (Renato Carpentieri). Guglielmo, in più di un’occasione, sottolinea l’impossibilità di trovare il giusto ordine, perché forse un ordine oggettivo nell’universo non esiste. Gli stessi segni sono paradossi, possono significare una cosa e il suo esatto contrario. Ma l’ammissione, rivolta a un giovane Adso (Giovanni Anzaldo) peraltro alquanto sbiadito, lascia intravedere più l’amarezza che l’ironia sottile con cui Eco insinua il messaggio problematico. Va meglio, invece, quando le profezie apocalittiche prendono corpo per bocca di intelligenze oscure come il despota inquisitore Bernardo Gui di Eugenio Allegri (già interprete del debole Ubertino da Casale), l’ansioso e prudentissimo “Abate di Dio” Abbone (Marco Zannoni) o il visionario decrepito Alinardo da Grottaferrata (Marco Gobetti). Ma è nella tenerezza verso quegli “ultimi” che diventano inconsapevoli vittime di terribili ingranaggi che il regista rivela maggior empatia: nel cellario Remigio da Varagine (Franco Ravera), bonario francescano in odore di eresia; nel suo bislacco servitore Salvatore (Alfonso Postiglione), che parla una strana lingua babelica, mista di dialetti volgari e di latino sgrammaticato; ma soprattutto in quella fanciulla senza nome (Arianna Primavera) costretta a darsi di nascosto ai monaci, il cui triste canto evapora dolcemente nella fiamma purificatrice della giustizia di Dio.

 

 

 

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Abituati ormai a rappresentarci il mondo per immagini, grazie agli attuali dispositivi digitali, catturiamo ogni giorno centinaia di migliaia di attimi, pezzi di realtà, particolari che quasi mai restano identici a come il nostro occhio li vede. Il più delle volte, infatti, le immagini subiscono modifiche di vario tipo attraverso appositi software che ne alterano l’originiaria identità. Lo sa bene Wade Guyton, artista statunitense, classe 1972, alle cui opere il museo Madre di Napoli apre le porte per la mostra dal titolo “Siamo arrivati”.

Wade Guyton indaga da anni il linguaggio del mondo digitale ed il condizionamento che esso è capace di operare nel processo di traduzione delle immagini acquisite ma anche nella trasposizione delle stesse su tela o altre tipologie di supporto proprie delle arti visive. La realtà quindi si fa arte attraverso il digitale; Guyton gioca infatti ad esasperare la modificazione dele immagini portando queste ultime ad un livello di illegibilità, attraverso un’azione che volutamente ne altera l’aspetto e il significato originali. Tale azione, proprio perchè portata all’estremo, permette di percepire  l’impatto condizionante della tecnologia digitale sulla nostra vita e di rivelarne, al contempo, il linguaggio ed i meccanismi di funzionamento.

Protagonisti della mostra quindi, sono le enormi stampanti a getto d’inchiostro poste al centro delle stanze insieme a materiale vario di allestimento che rende l’idea del work in progress e trasforma gli spazi del museo in un vero e proprio atelier dove pare che l’artista, durante il suo periodo di residenza a Napoli, abbia riprodotto in tempo reale le opere esposte. Enormi casse e lunghi tavoli ricoperti di teli in lino blu si alternano a stampe fotografiche su tela che rivelano numerose sovrapposizioni di immagini, oppure scatti posti in dislivello che sezionano la superficie in due parti e che rendono possibile una lettura sfasata della realtà rappresentata.

L’influenza data dalla permanenza dell’artista e del suo team nella città di Napoli si legge chiaramente nelle opere esposte, dove un Vesuvio - sfocato e proposto in moduli posti a dislivello - si alterna a foto che testimoniano i lavori in vista  dell’allestimento della mostra ed ancora, le cosidette “capuzzelle” ovvero i teschi della fossa comune del “cimitero delle fontanelle” di Napoli, così come l’immagine del bugnato della chiesa del “Gesù nuovo”, si affiancano ai motivi creati dal loop e dalle distorsioni delle immagini digitali.

Il meccanismo di sovrapposizione, in particolare, rimanda all’immagine stessa del capoluogo partenopeo, luogo di millenarie stratificazioni urbane (testimoniato dalla presenza delle cavità ipogee che costituiscono una città sotto la città), ma anche risultato della commistione culturale dovuta all’essere città di mare e, per questo, facile approdo per altri popoli.

La città però non è richiamata soltanto nelle trame della trasposizione digitale, la mostra infatti accoglie il visitatore con una composizione di immagini che riproduce principalmente la home page della versione on-line del quotidiano “Il Mattino” di Napoli, accostata a nomi di multinazionali come Amazon, Euronics e soprattutto McDonald’s dalla quale Guyton prende in prestito lo slogan “Siamo arrivati” che dà il titolo alla mostra.

Dietro l’influsso della corrente pop-art quindi, le opere di Wade Guyton rivelano una certa sensibilità verso le icone testimoni della odierna società post-ideologica caratterizzata dalla fusione tra realtà locali e globali che si incontrano ogni giorno nel grande spazio virtuale di internet e dei dispositivi tecnologici. Significativa in tal senso è anche la tela raffigurante i contorni di un I-phone 7, ultimo discendente di un’azienda che detta legge in fatto di dispositivi mobili

In quasi tutte le sale dell’intero terzo piano del museo Madre c’è quindi una tela raffigurante i codici del linguaggio digitale rappresentati di volta in volta da trame differenti e numerosi sono gli scatti che riprendono particolari della città di Napoli che vi si affiancano, quasi come a voler dire che anche le immagini di soggetti dalla forte connotazione identitaria subiscono, nel panorama della teconologia di cui oggi si dispone, tentativi di alterazione della propria natura, almeno in termini di rappresentazione visiva.

Ed è in questo senso che l’opera dell’artista statunitense intende rappresentare il fenomeno di “glocalizzazione” generale in base al quale ciascun luogo, per quanto forte della propria immagine distintiva, non è avulso da fenomeni di “cessione” della propria natura che avvengono all’interno delle interconnessioni della società contemporanea e che trovano supporto negli strumenti tecnologici, protagonisti peraltro di una continua e inarrestabile espansione.

La mostra di Wade Guyton sarà visitabile presso il museo Madre di Napoli fino all’11 settembre 2017.

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Venerdì, 16 Giugno 2017 16:15

Teatro dell'Argine // Futuri Maestri

L'Arena del Sole di Bologna ha ospitato l'esito di un progetto durato due anni, durante i quali mille bambini e adolescenti hanno costruito insieme alla compagnia Teatro dell'Argine un dialogo su cinque parole chiave

 

Cos'è Futuri Maestri? Non lo si può certo definire semplicemente uno spettacolo teatrale anche se è stato ospitato in occasione dei festeggiamenti per il quarantennale di Emilia Romagna Teatro, all'Arena del Sole dal 3 all'11 giugno, trasformandone quella che solitamente è la platea in palcoscenico.

Futuri Maestri è molto di più: una grande opera di teatro partecipato, un progetto nato due anni or sono da un'idea del Teatro dell'Argine, culminata con una messa in scena che ha coinvolto centinaia di ragazzi e bambini. Si è partiti da cinque parole (amore, guerra, lavoro, crisi, migrazione) e da alcune domande poste nelle scuole ai mille ragazzi che hanno aderito al progetto (“Cosa pensate del mondo in cui vivete?”, “Come vorreste cambiarlo?”). E i ragazzi e le ragazze hanno risposto, come ci è stato suggerito da Federica Zanetti, studiosa di Didattica e Pedagogia Speciale (Università di Bologna) «lanciando al pubblico adulto un forte urlo con il quale chiedono di essere ascoltati, di non essere considerati contenitori vuoti da riempire, di potersi assumere le proprie responsabilità, di essere ritenuti soggetti attivi con una visione sul mondo e con la voglia di mettersi in gioco nonostante le paure».

Inizia così un lungo e metaforico viaggio di esplorazione identitaria, di un gruppo di giovani “rivoluzionari” che cita autori classici, studiati a scuola e non solo, da Majakovskij, ad Artaud, a Brecht, da Aristofane e Pasolini, da Sofocle ad Ariosto, passando attraverso l'aiuto che arriva diretto, appositamente per loro, da un grande maestro del nostro tempo diverso ogni sera.

Questo esercito di giovanissimi parte dalla Terra ed esce per andare a investigare i malanni («arterie fangose») che la affliggono. Compie una rivoluzione al termine della quale il gruppo tornerà al punto di partenza più consapevole e pronto per «contagiare di salute» gli appestati del nostro mondo. Hanno dai tre ai diciotto anni e sono guidati da Innocenzio, una bambina nei panni di una moderna Beatrice che indica loro la via da seguire. Sono stanchi di passare le domeniche al centro commerciale o immersi in un mondo dove le parole d'ordine sono profitto ad ogni costo e i «chissene» degli altri. Inizialmente attraversano un moderno Inferno camuffato da centro commerciale dove oltre ai dannati finiscono «quelli che nessuno vuole, che nessuno sa dove mettere», come dice un Belzebù insospettabile, esibizionista e dagli atteggiamenti melodrammatici, trasportato su un carro trionfale. Da carrelli della spesa vengono tirati fuori gli strumenti del loro migrare: scarpe da cui esce la loro voce come dalle conchiglie il rumore di quel mare spesso assassino e tomba dei migranti. Passano poi alla città di Eldorado dove un liberismo estremo ha portato il “noi” ad essere sostituito dall'“io” e dove governano apparenza, opulenza e guadagni. Arrivando alla città militarizzata di Numanzia si imbattono sul fronte opposto del protezionismo autarchico, dove gli abitanti sono privati di un'opinione e il “noi” diventa così imperante da diventare insensibile ai bisogni dell'“io”. Ultima città, prima di completare la loro rivoluzione, è quella degli Uccelli, un tempo uomini che, stanchi della vita terrena decisero di uscire dal mondo volando nel cielo, verso un immaginario paradiso in cui questi avventurieri dell'oggi non si stabiliscono, perché essi hanno bisogno non di una casa nuova, ma di lottare, per migliorare quella che già possiedono.

Futuri Maestri porta il teatro alla città e la città a teatro. Non si è trattato di un semplice progetto educativo per ragazzi, ma di un progetto educativo per cittadini. I cittadini di oggi, e quelli del domani. Il teatro torna a esercitare la sua più antica funzione: luogo di incontro e di ascolto capace di attirare a sé sia chi vi fa ingresso abitualmente sia chi non vi ha mai messo piede. Il rischio, per questi ultimi, è quello di sentirsi degli estranei o di trovarsi poco preparati, principalmente attenti a immortalare con lo smartphone acceso il momento in cui in scena prenderà la parola il proprio bambino, come se ci si trovasse davanti al suo saggio di fine anno scolastico. E allora il successo più grande non risiede nell'applauso finale, ma nell’essere riusciti a ribaltare la percezione di questo evento straordinario. Un evento dall'enorme valore artistico, oltre che educativo.

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Lo scorso aprile Thurston Moore, leader storico dei Sonic Youth, ha lanciato il suo sesto album da solista, Rock ‘N’ Roll Consciousness, in cui – titolo docet – la coscienza del rock – e di Moore stesso – acquisiscono una consistenza tangibilissima. Se non altro la “psichedelia” contenuta in questo – come nei precedenti dischi – dell’ artista statunitense, rimanda semanticamente alle parole greche “psyché”(anima) e “délos” (chiaro) e per esteso indica l’allargamento (e la consapevolezza) della propria essenza. Sulla copertina dell’album campeggia, infatti, il volto caleidoscopico di Moore, imprigionato dentro la superficie plastica, da cui è evidente che desideri fuoriuscire per dare sfogo alla sua anima rock. Questo disco diventa pertanto un viaggio virtuosamente tortuoso, caratterizzato da un disordine sonoro e dominato perlopiù dall’aspetto propriamente strumentale. Il pezzo d’apertura, Exalted, primo di (sole?) cinque tracce complessive, ha la durata di quasi 12 minuti e cresce gradualmente (bassi, chitarre acustiche, successivamente elettriche) fino a raggiungere la sua massima pomposità nel finale (unica parte cantata): “your music, I named it exalted”. L’adrenalinica Cusp, invece, raccoglie appieno l’eredità psichedelica della musica dei SY : l’alterazione dei sensi dovuta anche alla scelta di parole a effetto (“vibration lover, the blinding sunrise, my heart is yours”)  si associa al ritmo incalzante e martellante delle chitarre. I 10 minuti di Turn On accendono (letteralmente) le più disparate suggestioni, deragliando verso sonorità indie rock e persino britpop. Una vena più introspettivamente gotica si saggia nel finale: i fantasmi fumanti, le ombre lampeggianti e le sagome prive di grazia di Smoke Of Dreams concorrono a creare atmosfere umbratili che non risparmiano neppure Aphrodite, il pezzo più mistico di un disco poderoso e accattivante che potrebbe fungere da appendice di un film di Jarmusch: anche voi state immaginando Tom Hiddleston e Tilda Swinton che percorrono le strade fumose di luoghi improbabili in Only Lovers Left Alive?

 

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L’arrivo della stagione estiva nelle città viene generalmente salutato da grandi concerti all’aperto che tanto sanno di catarsi e “ritorno alla vita” dopo la lunga parentesi dell’inverno. Quello che si è tenuto a Napoli però, lo scorso 5 giugno in Piazza del Plebiscito, è un evento musicale programmato per accogliere non solo l’arrivo della bella stagione ma anche il ritorno di una importante manifestazione culturale. Parliamo del Napoli Teatro Festival Italia, evento tanto atteso per la sua consuetudine quanto inaspettato, stavolta, per la visibilità acquisita grazie a una nuova direzione artistica cui il grande concerto organizzato in piazza del Plebiscito fa da cassa di risonanza.Così, per introdurre la Kermesse , vengono offerte alla città due ore e più di esibizione di Franco Battiato il quale viene accolto da una folla di trentamila persone che già dal tramonto si riversano in piazza.

Ad introdurre la manifestazione è il drammaturgo e scrittore Ruggero Cappuccio, nuovo direttore artistico del festival. Cappuccio sa di cogliere nel segno quando veste l’evento di popolarità, comunicando al pubblico sotto il palco la nuova politica dei prezzi, mirata a garantire a tutti l’accesso agli spettacoli, poi indica il monumentale Palazzo Reale, a cui il palco guarda dritto in faccia, come la casa del festival dove si alterneranno non solo spettacoli teatrali ma anche concerti e mostre. Il pubblico però è parco di complimenti così, dopo gli applausi di benvenuto alle parole di Cappuccio, precipita in un tonfo di dissenso, accompagnato da fischi, nell’accogliere il Governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca che, dal canto suo, mette subito a terra la carta della solidarietà con il popolo britannico, colpito dai recenti attentati, senza però riuscire ad ottenere il consenso sperato. Davanti al palco, in prima fila, ci sono dei posti a sedere riservati a persone portatrici di disabilità e ragazzi detenuti presso le carceri minorili; sopra al palco c’è il dispiegamento di strumenti dell’Electric Band di Battiato insieme a quelli dell’Ensemble Simphony Orchestra guidata dal direttore Carlo Guaitoli che accompagnerà Battiato per tutta la durata del concerto.

La lucina rossa che compare all’improvviso sugli strumenti indica che tutto è pronto, band ed orchestra fanno il loro ingresso mentre una sedia adagiata a centro palco aspetta l’arrivo del maestro. Giacca rossa e codino, Battiato entra sotto il rincorrersi degli archi de L’era del cinghiale bianco, brano che fa esplodere la piazza, coperta per metà dalle luci del palco. A completare le esibizioni musicali c’è un enorme schermo con le proiezioni di Antonio Biasucci che compongono la parte scenografica dello spettacolo.

Seguono una serie di pezzi storici, che nel loro essere accostati sembrano voler comporre una narrativa dei tempi moderni. Il primo di questi è Up patriots to arms , che nell’atto di travalicare i confini di spazio e tempo cede il passo a No time, no space, seguita da quella che l’autore stesso definisce “una canzone abbastanza gentile”, ovvero Shock in my Town, riconoscibile nell’arrangiamento elettronico e nell’atmosfera psichedelica. 

L’intero spettacolo è intitolato Luce del sud ed è pensato proprio nell’ottica della restituzione di significato alla ricchezza del patrimonio artistico e culturale del meridione d’Italia; è chiaro quindi che non poteva che essere Franco Battiato l’artista che meglio poteva interpretare l’anima musicale della serata. È pur vero però che, trattandosi di un live che introduce un festival dedicato alle arti performative del teatro, questo aveva necessariamente bisogno di essere coadiuvato da brevi intermezzi che la direzione artistica della manifestazione ha sapientemente affidato alle voci di Mimmo Borrelli, Imma Villa e Fabrizio Gifuni. Gli attori si sono alternati nell’interpretazione di tre reading; la prima a salire sul palco è stata Imma Villa, che ha raccontato Napoli attraverso le lettura di un passo di Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachman. La seconda interruzione è stata invece affidata a Mimmo Borrelli che ha interpretato un passo tratto dalla Scienza Nova di Giambattista Vico.

La musica riprende con l’esecuzione del bellissimo brano Le nostre anime, che tuttavia non viene accompagnato da un coro di voci quanto lo sarà successivamente Povera Patria, cantata e applaudita da un pubblico che dimostra di sentire fino in fondo il peso di ogni singola parola del testo. L’animale, per chiuere questa parte iniziale, è una carezza che scende sulla sera caldo-umida in piazza.

L’ultimo interludio teatrale vede l’attore Fabrizio Gifuni interpretare Addio al Mezzogiorno di Wystan Hugh Auden prima di lasciare la parola al maestro con i suoi musicisti per la prosecuzione del concerto con “La canzone dei vecchi amanti” che semina un pò di nostalgia subito dispersa però da  La prospettiva Nevsky; un grosso salto all’indietro insieme ai Treni di Tozeur.È più di una gentile concessione quella che il cantautore siciliano fa al pubblico con l’attesissima esecuzione de La cura, dal momento che è Battiato stesso a confessare di poterla tranquillamente tralasciare e poi perchè, ciononostante, il maestro la interpreta stando all’impiedi, un gesto che pare quasi di devozione o, quantomeno, di gratitudine verso l’apprezzamento nei confronti di questa canzone.

Gran finale ballerino con i brani Cuccuruccucù, Centro di gravità permanente e Voglio vederti danzare in seguito ai quali il maestro non nasconde la sua stanchezza. Ciò però non gli permette di tralasciare un omaggio alla città che arriva puntuale con Era de maggio, brano del repertorio musicale partenopeo che come un drappo setoso finisce per affascinare completamente il pubblico napoletano.E ti vengo a cercare è il brano che chiude l’intero live della notte di giugno, lasciando che la piazza si attardi anche a concerto concluso nella contemplazione di una serata musicale dall’inverosimile bellezza e che ha scelto come cornice una piazza che racconta di se’ attraverso la sua imponente fierezza storico-artistica.

Meno fortunati coloro che sono stati costretti ad abbandonare il concerto ben prima della fine per poter fare ritorno con i mezzi pubblici, in particolare con la metropolitana che, unico neo dell’intera manifestazione, non ha previsto un prolungamento delle corse in vista dell’evento, ma si sa, “a caval donato...” .

 

 

 

 

 

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Venerdì, 09 Giugno 2017 09:10

Nogu Teatro // P. Butterflies

Tra le compagnie ospitate al festival Dominio Pubblico - la città agli Under 25, Nogu Teatro, con un testo che inneggia alla vita attraverso una storia d'amore e morte

Nella capitale, quello che dal punto di vista teatrale è accaduto dal 30 maggio al 4 giugno con il festival Dominio Pubblico - la città agli Under 25, ha permesso di accantonare il furore per le questioni politico-amministrative che riguardano il Teatro Eliseo, senza poter far a meno di ricordare, però, la mancanza, la nostalgia, di un luogo fisico, il Teatro dell’Orologio fino a pochi mesi fa cardine della nuova drammaturgia. Non è mancato, tuttavia, lo stesso ottimismo che da quattro anni permea lo spirito della manifestazione, la quale coniuga le forze e le ideologie di due tra le realtà più interessanti di Roma, il Teatro Argot Studio e lo stesso Teatro dell’Orologio.

Quest’anno il messaggio del festival diretto da Luca Ricci ha trovato riscontro nel pensiero che «Nessuno può appropriarsi in maniera esclusiva di ciò che è di Dominio Pubblico», e ha risuonato ancora più forte che nelle precedenti edizioni, come un invito, prima di tutto, all’essere solidali verso una situazione reale, soprattutto romana, della necessità di spazi. Se n’è parlato molto negli ultimi mesi, e la discussione ha incontrato il suo apice in una vera e propria assemblea cittadina ospitata al Teatro India, che ha evidenziato tra le righe quanto la crisi necessiti un'azione solidale, che dovrebbe investire non soltanto l’ambiente romano o la categoria degli Under 25, ma tutti gli addetti ai lavori del settore. 

Oltre alla solidarietà e al sostegno del Teatro di Roma e del Nuovo Cinema Palazzo, l'edizione di Dominio Pubblico appena trascorsa, non a caso dunque, ha registrato un incremento delle reti di partenariato nazionale: dalla collaborazione con il progetto MigrArti, al riconoscimento del bando Siae/SiIllumina, al patrocinio del V Municipio di Roma.

Spostata la programmazione al Teatro India, spazio che da diversi mesi ha inglobato gli appuntamenti del Teatro dell’Orologio consentendo alle giovani realtà e ad artisti del panorama “off” di esibirsi davanti a un pubblico in parte diverso, Dominio Pubblico ha confermato e accentuato la sua identità di vetrina e incoraggiamento della creatività giovanile, affiancando al teatro tanta musica (accolta nell’arena esterna, riaperta per l'occasione).

Mediamente alto è stato il livello di qualità degli spettacoli in programma selezionati dalla giuria Under 25 del festival (da noi seguito da venerdì 2 a domenica 4).

Qui, venerdì 2 abbiamo visto P. Butterflies, uno spettacolo di Nogu Teatro dalla duplice anima, cerebrale e delirante, scritto da Damiana Guerra e diretto da Ilaria Manocchio. Un uomo vicino alla morte (Valerio Riondino) – forse un artista, forse un poeta – cerca la forza per andare avanti nel calore del giorno, nella sensazione di speranza emanata dalla luce. È seduto di spalle al centro della scena, in penombra, mentre in proscenio danzano, confessandosi le rispettive solitudini, una figura femminile (Agnese Lorenzini), vestita di bianco ed eterea, sorridente e allegra, e un ragazzo che è il suo opposto (Aleksandros Memetaj), o meglio, la sua parte complementare. Genuini, fragili come ali di farfalla, i due comunicano il “bisogno di esprimere” cercando l’uno nell'altro il proprio riflesso, e allo stesso tempo la ragione e la finalità ultima. Vi si alternano, rincorrono e confondono immagini fisiche e sensazioni emotive, febbrile azione dello scrivere (su tre lavagne nere poste sullo sfondo e a lato della scena) e verbalizzazione del pensiero, per una storia che è insieme d’amore, vita e morte, individuale e universale, e che, almeno per come è stata trasposta, si presta a molteplici livelli di lettura. In balìa del destino mortale del giovane, potenziale alter ego dell’uomo di spalle, l’atto di disseminare tracce del proprio passaggio, con mente e corpo, che difatti nella regia assurge a un livello poetico di performatività, rappresenta un’invocazione alla vita, vista come «limite» e «potenza»; poca cosa l’esistenza, rispetto all’infinità dell’universo che nel lessico aritmetico, oltretutto, si esprime con un segno grafico, citato in conclusione allo spettacolo, che ricorda la forma stilizzata di una farfalla.

Il testo di Damiana Guerra, sincero e profondo, si fa carico di un’emotività delicata, sussurrata. L'autrice guarda al sentimento in modo “biologico”, ne viviseziona le cause; le sue emozioni, trasferite nella scrittura, diventano battito, massa fisica, entità misurabili (ricordando in questo 21 grammi, il film di Alejandro Inarritu). Spesso assonanti tra loro e reiterate, trasognate, le parole paiono scavare all’interno dello stesso corpo descritto per catturare ed esprimere - qui letteralmente (“ex-premere”, “premo fuori”) - quella che nelle neuroscienze viene definita “intelligenza del cuore”, una forma di sensibilità legata alla comprensione dei meccanismi dell’anima.

Pubblicato in Arti Performative
Domenica, 04 Giugno 2017 18:23

Nuove Uscite. Slowdive - Sugar for the Pill

Ri-partire. Ri-cominciare. Ri-creare.

A distanza di 22 anni, gli Slowdive ri-tornano in studio di registrazione, dando alla luce il loro quarto disco, intitolato semplicemente Slowdive. Ne è passata di acqua sotto i ponti: gli anni ’90 (il loro terzo album, Pygmalion, risale al 1995) sono diventati gli anni 2000 e poi 2.0, la musica è andata avanti nonostante la loro assenza (o presenza muta, dato che i fan hanno continuato ad ascoltare i dischi che li avevano consacrati co-fondatori dello shoegaze assieme ai My Bloody Valentine). La cosa che sorprende nell’immediato è che qui il tempo – quasi sempre un nemico spietato – non intacca l’identità dei cinque artisti britannici (formazione completa: Rachel Goswell: voce, chitarra, tamburello; Neil Halstead: voce, chitarra, tastiera; Christian Savill: chitarra; Nick Chaplin: basso; Simon Scott: batteria). Questa è una band naturalmente ed eccezionalmente anacronistica, fuori tempo, o meglio, in ogni tempo (a seconda delle prospettive). Infatti nella traccia che apre il disco, Slomo, cantano “we’re younger than clouds”, quasi a voler sottintendere la rivendicazione di una (latente?) giovinezza, nonostante non siano più gli stessi di un ventennio fa. Emerge anche la consapevolezza di praticare uno stile musicale tuttora compatto e d’impatto, lo stesso degli esordi (Just for a day, 1991), poiché il loro essere visionari torna in modo prepotente anche in questo disco. Slomo, infatti, è un pezzo che arriva da lontano, che cresce di gradazione e di tonalità, riecheggiando il passato al quale il presente naturalmente guarda. Anche la tematica esiste a prescindere dal tempo: l’amore, corrisposto in alcuni casi, da preservare in altri, che stenta a decollare in altri ancora, è coralmente coronato dal duo Goswell/Halstead. Sugar For The Pill, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è un quadro picaresco di rara bellezza, con feedback e riverberi che incontrano (senza dissonanze) il pop di Souvlaki (1993), bruciante nel suo “our love has never known the way”, quasi a ridimensionare l’aura onirica della parte iniziale. Meno convincenti appaiono Star Roving (il sound sembra rimandare a Just Like Heaven dei The Cure) e Don’t Know Why, che non aggiungono né sottraggono nulla a un disco che torna “luminoso” nella parte centrale: Everyone Knows è un pezzo elettropop, in No Longer Making Time (noise rock), gli Slowdive sono “alla ricerca del tempo perduto” (“Kathy, don’t wait too long” è il loro monito e Kathy potremmo essere tutti noi); con Go Get It approdano alla purezza dello shoegaze e dello sperimentalismo (personalmente risultando meno emozionanti del passato). In chiusura piazzano un pezzo ramingo, minimalista ed etereo, Falling Ashes, in cui padroneggia un pianoforte, sul quale sono modulate le voci perfettamente armoniche di Goswell/Halstead che ripetono all’unisono “thinking about love”.

Questo disco funziona perché “è” senza la pretesa di essere. Si lascia ascoltare senza filtri e senza sovra-scritture, scivola via con la stessa nonchalance con cui si ingerisce una pillola, la stessa menzionata in Sugar For The Pill; d’altronde, “è il solo modo in cui vanno le cose”, cantano gli stessi Slowdive.

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