Musica Nuove Uscite

Sufjan Stevens, James McAlister, Bryce Dessner, Nico Muhly – Planetarium

Carmen Navarra

Se si dovesse cercare un sottotitolo per questo disco, si potrebbe pensare a Songs of Innocence and Experience, la più celebre raccolta di poesie di William Blake, poiché i diciassette pezzi che compongono Planetarium, un progetto a quattro mani (James McAlister, sezione ritmica ed elettronica; Sufjan Stevens, voce e testi; Nico Muhly, tastiere; Bryce Dessner, […]

Se si dovesse cercare un sottotitolo per questo disco, si potrebbe pensare a Songs of Innocence and Experience, la più celebre raccolta di poesie di William Blake, poiché i diciassette pezzi che compongono Planetarium, un progetto a quattro mani (James McAlister, sezione ritmica ed elettronica; Sufjan Stevens, voce e testi; Nico Muhly, tastiere; Bryce Dessner, chitarre) sono un viaggio – dalle sonorità orchestrali ed elettroniche – nell’innocenza e nell’esperienza. Si parte dalla Terra (dal planetario) e si tenta lo sbarco (immaginario) sulla volta celeste; la meta finale (se di meta si può parlare in termini di spazio ed infinito), ha il sapore del nostos di Odisseo: il ritorno alle origini (all’innocenza?) intese, però, anche in senso profondamente mitologico e primigenio.

Di qui la scelta di dare a ciascuno dei pezzi il titolo di un pianeta: Uranus, il cielo, è colui che, poggiando su Gaia, la Terra, dà alla luce Crono, il figlio che lo spodesterà castrandolo (What are you now? Castrated by your son. The odd spring scattered on the deep from Aphrodesia// Cosa sei adesso? Castrato da tuo figlio. La strana sorgente sparsa sul profondo dell’Aphrodesia) e dal cui sangue (fuoriuscito dai suoi stessi genitali), nascerà Venere – Venus, un pezzo corale ed elettronico – dedicato alla dea “pandemica”, ovvero portatrice di quell’amore carnale che tutto tocca e che tocca a tutti (Don’t go, Pandemos, fill of me, Go slow, Pandemos, fill of me//Non andare, Pandemos, riempimi, va’piano). Tra Cielo e Terra, si staglia imponente il dio del mare, Neptune, una nenia delicata di violini e pianoforti, con sonorità contrapposte all’amore passionale e afrodisiaco; qui subentra “il terremoto” dell’amore violento e lacerante (So if you don’t trust me, it’s best if I drown//Se non ti fidi di me, è meglio se mi anneghi). Incandescente, roboante, prorompente e volutamente dissonante, appare Mars, che si colloca al centro del disco. Il dio della guerra, il profanatore per antonomasia, “risiede in ogni creatura” e “smaltisce il futuro”, eppure non è del tutto imbattibile: amore, pace, perdono, speranza ed energia fanno da contraltare.

Altri due estremi speculari sono il Giorno e la Notte: Sun e Moon, il primo dei quali è un pezzo strumentale e nostalgico (la colonna sonora abortita di The Tree of Life?), mentre il secondo possiede sonorità senza eccessi, esaltazione sotterranea di due miti americani indigeni sui conigli, vittime sacrificali della Luna.

Entrambi – Sole e Luna – sono indissolubilmente legati al pezzo che li segue, Pluto, il più riuscito del disco, incline a raccontarsi senza sbavature né stravolgimenti sonori (come gli altri): il pianeta nano destinato all’eterno legame con la sua luna Charon (l’essere gravitazionalmente bloccati in un’orbita reciproca fa sì che procedano insieme verso il sole), nonché donna bellissima dai lineamenti deliziosamente truccati (my little eyeshadow, lipstick, eyeliner replaced//la mia piccola ombretto, rossetto e eyeliner sostituito). L’intimità maggiore è, invece, riservata sia al pianeta più solitario di tutti (non poteva essere diversamente), ovvero Jupiter, sia alla solenne Mercury, pezzo basato sulle gentilezze ritmiche del pianoforte di Muhly. Tuttavia il lavoro più maestoso di questo disco estremamente raffinato e stratificato, spetta a Earth, un tributo al nostro pianeta di ben di 15 minuti. Le atmosfere sono eteree, le note si susseguono in modo fintamente casuale, ci si chiede dove si verrà condotti. Non ci si risponde. Si segue questo pendio irregolare, consapevoli che sulla Terra si proceda un po’a naso. Dopo 4:48, la voce di Stevens taglia synth e vocoder, cantando “Innocence was never lost”. Dal Sole alla Luna, dal Cielo alla Terra, si fa strada la rivalsa dell’Innocenza (l’agnello) sull’Esperienza (la tigre), del bene sul male.

Un disco pregno e significativo, un’opera letteraria greco-romana in forma di musica, arrivata al pubblico dopo anni di meticolosa preparazione e altrettanti progetti. L’attesa è stata più che ricompensata.



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