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Robert Doisneau @ Lucca Center of Contemporary Art, Lucca

Carmen Navarra

Quest’estate, in occasione di una mia visita a Lucca, conosciuta anche come la “città delle 100 chiese”, mi è capitato di fare un salto al Lu.C.C.A – Lucca Center of Contemporary Art – per ammirare una retrospettiva fotografica su Robert Doisneau, celebre fotografo francese della prima metà del Novecento. La mostra, curata da Maurizio Vanni, sarà in corso fino al 12 Novembre 2017.

Quest’evento si è rivelato essere dialogo molto piacevole con l’arte, a ricordo di come questa abbia lo scopo preminente di emulare la realtà. Infatti Doisneau (1912-1994) si è da sempre raccontato al pubblico in modo estremamente onesto, manifestando la sensibilità – prima ancora che la capacità – di porgli davanti storie di (stra)ordinaria bellezza e umanità. Egli stesso sosteneva di essere diventato un fotografo perché desideroso di mostrare un mondo dove si sarebbe sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrebbe trovato la stessa tenerezza che sperava di ricevere. Questo modo di intendere il suo lavoro era inoltre legato alla consapevolezza che l’artista, scattando una foto, immortalasse un attimo di imperfezione.

Di qui la scelta del titolo della mostra – Robert Doisneau. A l’imparfait de l’objectif – fedele alla linea di pensiero del fotografo, con una nota a margine che non potrebbe affascinare una filologa come me: “imperfetto” non è da intendersi esclusivamente come aggettivo qualificante qualcosa di incompiuto, bensì anche come tempo verbale. Infatti una delle sfaccettature che possiede è quella di indicare un’azione iterativa, ovvero destinata alla perpetua ripetizione, come, di fatto, mostrano le foto stesse: formalmente Doisneau fotografava la Parigi (perlopiù periferica, essendo cresciuto nel quartiere della limitrofa Montrouge) dei suoi anni, ma non è affatto paradossale ritenere che possa trattarsi di una città del presente o addirittura del futuro, poiché a “viverla” sono soggetti nei quali lo spettatore contemporaneo si rivede e si riconosce, cogliendo ora la velata nostalgia, ora la tiepida (e mai gridata) ironia. Gli 80 scatti – presentati su due piani in tre sale mediamente grandi – sono emblema di una carriera creata sulla simmetria tra realtà circostante e realtà fotografica, imperfezione aggettivale e imperfezione verbale.

Nel dettaglio questo appare chiaro nella serie dedicata ai bambini e alla strada (Doisneau era molto incuriosito da questo connubio): La sonnette (Parigi, 1934) è, infatti, la rappresentazione di una comitiva di scolari in grembiule e calzoncini (presumibilmente appena uscita da scuola), di cui uno (il più alto) è intento a suonare il campanello di una casa, mentre gli altri, che guardano divertiti la marachella di cui sono complici, cercano di dileguarsi per non essere colti “in flagranza di reato”. La foto è infine impreziosita da una figura “fuori campo” (e fuori dal gioco), una bambina coi capelli a caschetto, goffa nel suo vestito a quadri, che osserva implacabile il tutto. In questo scatto c’è già molto della “filosofia” di Doisneau: l’atemporalità (chi di voi lettori non ha almeno una volta nella vita preso parte al suddetto gioco?), l’ilarità (dei bambini ma anche di chi osserva la fotografia), la tenerezza (soprattutto nei confronti della bambina esclusa dal gioco).

Altrettanto sagace è Le cadran scolaire (Parigi, 1956), che immortala, appunto, un’aula di tre alunni, di cui uno a braccia conserte, concentrato in quella che si presume essere la spiegazione dell’insegnante (che noi non vediamo); un altro, rappresentato con un’espressione di stupore data dagli occhi sorprendentemente spalancati (che non fosse convinto delle parole della maestra?) e un altro ancora (il più interessante dei tre) che, calamaio alla mano, cerca di sbirciare l’ora alzando gli occhi verso il quadrante (le cadran) fermo alle 11:25. In questa foto, ancora una volta, i gesti puerili suscitano commozione: ci si ricorda di quando, da scolari, si aspettava con ansia la fine della lezione, che preludeva al ritorno a casa, al pranzo, ai giochi con i propri fratelli, ai cartoni animati alla TV. In questo scatto di Doisneau c’è un pezzo dell’infanzia di ciascuno di noi. Sulla stessa scia si muove L’information scolaire, realizzata anch’essa nel 1956, che ritrae nuovamente una classe di alunni, di cui quelli in primo piano comunemente esilaranti: uno, tenendosi distrattamente una mano sotto il mento, cerca di copiare dalla lavagnetta del compagno di banco, il quale, a sua volta, viene colto nell’atto di arrovellarsi su quello che si presume essere un problema di difficile risoluzione (l’espressione è teneramente corrucciata). L’amore per i bambini trova sua massima compiutezza in Les tabliers de Rivoli (Parigi, 1978), uno scatto in cui, nonostante l’imperfezione menzionata finora, è ravvisabile lo scarto temporale: una fila di baldanzosi e scanzonati bambini che si tengono aggrappati l’uno al grembiule (tablier) dell’altro, attraversano la strada bloccando il traffico della città (l’aggiunta delle auto dà un tocco di evidente modernità). La fotografia sprigiona allegria e spensieratezza, caratteristiche che né Doisneau, né lo spettatore vorrebbero aver perso con il sopraggiungere dell’età adulta.

Un’altra categoria verso la quale Doisneau manifesta interesse è quella degli animali domestici (perlopiù cani e gatti). In Fox terrier au Pont des Arts (Parigi, 1953) è rappresentato un cane al guinzaglio del suo padrone: la bestiolina maculata guarda spaurita l’obiettivo, mentre l’uomo che l’ha portata a passeggio – di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena – appare attratto da un artista di strada, posto in secondo piano, nell’atto di disegnare il paesaggio invernale antistante: si intravedono degli alberi spogli e la Senna che scorre, appunto, sotto il Pont des Arts, come recita il titolo. La curiosità del fotografo, perfettamente interrelata a quella del passante che ammira l’artista di strada, crea una forma di meta-fotografia assai apprezzabile. Posteriore di circa un ventennio è Les chats de Bercy, che immortala una serie di gatti neri su un selciato in pietrisco; l’ordinarietà della foto assume una connotazione di autenticità grazie ad un’illusione ottica: i felini, infatti, sembrano ombre disegnate sulla strada.

Nel corso della sua lunga vita, Doisneau ha conosciuto diversi artisti: Jean Fautrier, Jean Dubuffet, Jacques Prévert, Simone de Beauvoir, Pablo Picasso, l’ultimo dei quali immortalato in uno scatto sublime: Les pains de Picasso (Parigi, 1952). In questa foto il pittore cubista, che appare quasi intimidito dalla pubblicità (il suo sguardo elude volontariamente l’obiettivo), è seduto ad una tavola essenzialmente imbandita da bicchieri, un piatto ancora vuoto, una bottiglia di vino e otto pagnotte di pane, disposte equamente alla sinistra e alla destra del soggetto. Questa scelta è pensata in modo tale da far coincidere le pagnotte con le dita dell’artista (meno due), creando, ancora una volta, una distorsione ottica molto particolare: lo spettatore è “costretto” a guardare il pane e a ricordare che le mani (alias le pagnotte!) sono lo strumento grazie al quale Pablo è diventato Picasso.

Tra una quotidianità e l’altra, tra una singolarità e l’altra, arrivo finalmente ad ammirare la serie dei baci rubati o estorti con dolcezza, a cui appartiene lo scatto più celebre di Doisneau (nonché il bacio più famoso della storia della fotografia): Le Baiser de l’Hôtel de Ville (Parigi, 1950), nel quale, in mezzo al trambusto di una roboante e caotica Parigi, un giovane uomo afferra la sua lei e la bacia con trasporto. Questo scatto, meglio di altri, ha eternato il concetto di amore puro, giovane e passionale, sebbene 42 anni dopo la sua realizzazione ed in seguito ad una denuncia subita da una coppia truffaldina che si spacciò per i due amanti immortalati nella foto, Doisneau fosse stato costretto ad ammettere la verità: la foto era stata studiata insieme a due giovani innamorati (Francoise Bornet e Jacques Carteaud) che egli aveva casualmente incrociato mentre si baciavano e a cui, in seguito, chiese di ripetere il gesto. Nonostante la spontaneità dell’accaduto sia stata vanificata, questo resta uno scatto memorabile e irripetibile dell’arte fotografica, all’interno di una mostra allestita con estrema dovizia. Un appuntamento da segnare in agenda per chi, come me, ama sbirciare nelle vite degli altri.



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