Musica Nuove Uscite

Pontiak – Dialectic of Ignorance

Carmen Navarra

Lo scorso 24 marzo i fratelli Carney (Jennings, Van e Lain), in arte Pontiak, hanno dato alle stampe il loro ottavo album, Dialectic of Ignorance, un disco psichedelico e acid rock, che non si concede nessuna “sbavatura” verso un genere meno rude, come era invece accaduto con Innocence (2014), in cui la band aveva saputo […]

Lo scorso 24 marzo i fratelli Carney (Jennings, Van e Lain), in arte Pontiak, hanno dato alle stampe il loro ottavo album, Dialectic of Ignorance, un disco psichedelico e acid rock, che non si concede nessuna “sbavatura” verso un genere meno rude, come era invece accaduto con Innocence (2014), in cui la band aveva saputo coniugare la vena rock con quella più elettroacustica (ballate). Si registra, infatti, pur nella grandiosità del genere, una monocromia di fondo sulla quale i Pontiak costruiscono un disco contenente nove tracce. L’attività collaterale a quella musicale (i fratelli Carney hanno aperto un birrificio nel 2015) sembra averne accresciuto la creatività: Van, cantante e chitarrista della band, sostiene che i due percorsi – apparentemente distanti – concedano le stesse possibilità evolutive e d’innovazione. “Produrre birra non è poi così diverso dal produrre musica”, asserisce in un’intervista.

La provocatoria ‘dialettica dell’ignoranza’ trova il suo manifesto nel singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, Ignorance Makes Me High: adrenalinica e corale, contrassegnata da distorsioni musicali finemente elaborate (produzioni in delay); non da meno si presenta la roboante Tomorrow is Forgetting, ossessiva tanto nel ritmo quanto nelle parole (ridondanti e ripetitive) che si “gioca” tutto nella chiusa puramente stoner. La lezione dei Pink Floyd di The Dark Side of The Moon (1993) è palpabile in Hidden Prettiness, l’unica traccia che si discosta dalle altre per le sonorità, più “calde” ed empatiche. Coralità, virtuosismi, psychedelic folk sono gli elementi che compongono Youth and Age, in cui i synth e gli organi conferiscono una venatura piacevolmente disorientante. In Dirtbags è percepibile un’eco gothic rock; le parole, cadenzate e ponderate, si mescolano ai riff di chitarra che investono, in un delirio di virtuosismi, l’ultimo minuto e mezzo del pezzo. La “follia” psichedelica raggiunge il momento culminante con We’Ve Fucked This Up, grossolana e dozzinale per il linguaggio, paradossalmente ineccepibile per le sonorità (potente commistione di tastiere, batterie, bassi, chitarre).

Ascoltare quest’album, anche per i meno appassionati del genere, diventa un’esperienza totalmente straniante e d’impatto. Da farsi.



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