Arti Performative

Instabili Vaganti // Dante Beyond Borders

Roberta Leo

Quali affinità legano Dante alla cultura indiana? Come sarebbe stato il paradiso dantesco se fosse stato permeato dalla cultura indiana? Dante Beyond Borders è l’audace operazione ideata dagli Instabili Vaganti, diretta da Anna Dora Dorno che ne firma anche la drammaturgia insieme a Nicola Pianzola, per un lavoro ipnotico fatto di immagini, video-arte, musica elettronica e danza.

La performance, andata in scena il 17 settembre in prima nazionale in collaborazione con ATER Fondazione, nell’ambito dell’undicesima edizione del PerformAzioni – International Workshop Festival, è una produzione di Istituto Italiano di cultura di Mumbai / Instabili Vaganti / Ahum Trust che rende perfettamente il connubio Italia – India.

La tecnologia digitale e la coreografia si mostrano l’una a favore dell’altra e la danzatrice classica indiana Anuradha Venkataraman si muove, protagonista sulla scena, ritrovando i suoi profondi occhi neri proiettati sul fondale del palcoscenico del Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno (BO), dove lo spettacolo è andato in scena in prima nazionale, dopo essere stato presentato in anteprima, in live streaming, al Tata Literature Festival di Mumbai e aver debuttato al teatro Ranga Shankara di Bangalore.

foto di Anton Likht & Sonia Giudici

Un velo leggero cattura le proiezioni di immagini evocative di una cultura antica e lontana; posto tra il pubblico e i danzatori in scena, come un moderno ‘velo di Maya’, crea distorsioni ottiche, illusioni magnetiche. Il tutto è immerso in un bagno d’ambra la cui luce richiama l’oro dei gioielli indossati dalle eleganti danzatrici indiane.

foto di Anton Likht & Sonia Giudici

Anuradha, raffinatissima e sensuale, danza mantenendo saldo il contatto con il suolo nei suoi affondi e nelle sue grand second mentre flette i polsi con gesti minimalisti disegnando arabeschi immaginari. Batte i piedi per terra assecondando le sequenze ritmiche create dal compositore Riccardo Nanni ma resta sinuosa nelle braccia, nelle spalle e nel collo, nonostante piccole isolation che talvolta arrivano puntuali a ricordarci gesti e movimenti tipici della danza tradizionale indiana Bharatanatyam.

foto di Anton Likht & Sonia Giudici

Insieme a Nicola Pianzola, suo compagno sulla scena si passano il testimone alternandosi nel ruolo di guida come Dante e Virgilio o ancora Dante e Beatrice. La lettura del rapporto uomo-donna viene letto in senso sacrale piuttosto che come una metafora amorosa. Anzi, l’idea della ‘guida’ emerge più che mai nel finale in cui la donna accoglie tra le braccia l’uomo ricordando la Pietà michelangiolesca, stavolta non più bianca e marmorea ma bruna e colorata. La maternità e l’amore spirituale nascono dall’amore per la terra e per la natura. Pochi elementi scenici come sabbia e acqua testimoniano l’Assenza, una non-presenza evidente, un vuoto colmato da immagini, metafore, gesti sacrali.

Anche il tema del viaggio viene richiamato dall’immagine di Caronte e dal fiume. Quest’ultimo si identifica contemporaneamente con l’Acheronte dantesco e il fiume sacro indiano Gange. Alcuni versi del poema epico indiano Mahābhārata accompagnano la danza insieme a quelli della Divina Commedia. I riferimenti all’India e le connessioni rintracciate nel poema dantesco sono difficilmente visibili e necessitano sicuramente di un supporto drammaturgico più curato al pari dell’evidente e operoso lavoro di ricerca condotto in fase di elaborazione dei testi e della musica. Entrambe ‘divine’, la Commedia e il poema Mahābhārata sono entrambe composizioni le quali non possono che recuperare la sacralità religiosa, la tensione verso un paradiso ideale in cui raggiungere la propria catarsi attraversando il lungo cammino della vita, della musica, della danza.

[Immagine di copertina: foto di Anton Likht & Sonia Giudici]



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