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Emma

Franco Cappuccio

Questione di adattamenti. Come trasporre un libro in un film è un tema ormai antichissimo ma sempre di enorme fascino, che torna di strettissima attualità grazie a due dei primi lungometraggi che hanno saltato il passaggio di distribuzione in sala a causa del coronavirus, arrivando direttamente su Chili: L’uomo invisibile di Leigh Whannell e Emma. di Autumn De Wilde.

Entrambi hanno alla base dei classici dell’Ottocento, da cui sono state tratte già diverse pellicole in passato.

Se L’uomo invisibile punta su un cambiamento di prospettiva potentissimo rispetto al romanzo di Wells, trasformandosi in un film sullo stalking, ricco di ribaltamenti dei punti di vista e capace di essere del tutto sorprendente, in Emma. il copione di Eleanor Catton opta per un aggiornamento che cambia solo in parte le carte in tavola e non riesce a stupire più di tanto.

Niente di grave, sia chiaro, ma la differenza tra i due film è, in questo senso, a dir poco evidente.

Il nuovo Emma. è innanzitutto un omaggio a Jane Austen, fedele allo spirito del suo romanzo e alla sua penna tagliente e ironica allo stesso tempo, che non modifica ma amplia ciò che era già presente tra le pagine del testo di partenza: il raggiungimento del potere che una donna può ottenere, in un momento storico in cui questi era relegato “istituzionalmente” soltanto al sesso maschile, in primis.

Così, insieme a diverse battute a sostegno di questa tematica che vengono meglio sottolineate rispetto al romanzo, il film di Autumn De Wilde (esordiente che aveva firmato diversi videoclip in passato, soprattutto di Beck) diventa, senza rischiare troppo, un lavoro tipicamente contemporaneo, seguendo un po’ la moda di tanti altri prodotti audiovisivi di questi anni, anche con un pizzico di furbizia.

Se le sorprese non sono molte e anche il coinvolgimento spesso latita, va evidenziata comunque positivamente la buona confezione formale, indubbiamente patinata ma anche elegante in una messinscena che punta su scenografie e colori pastello di notevole gusto, oltre che su costumi moderni che trovano un perfetto equilibrio in relazione agli sfondi e ai paesaggi sui cui si muovono i personaggi.

Da segnalare anche l’efficace prova del cast, capace di rendere al meglio l’ipocrisia della società britannica rappresentata.

Un’opera, quindi, dove il reparto tecnico e gli attori funzionano (continua a convincere la protagonista Anya Taylor-Joy, scoperta nello splendido esordio di Robert EggersThe VVitch), ma con poca anima e priva un respiro emotivo degno di questo nome.

Rimane ancora in sospeso un tema, relativo al titolo Emma. scelto dagli autori, omonimo del romanzo ma anche con una lieve (?) differenza. Il punto finale nel titolo sembra essere una dichiarazione d’intenti: che sia, nelle intenzioni di chi l’ha pensato, la trasposizione definitiva del romanzo della grande autrice britannica?



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