Arti Performative Dialoghi

Frosini/Timpano & Attilio Scarpellini, e il laboratorio su quell’unica arte che si fa tra gli uomini

Redazione

Nello spazio della Scuola Kataklisma di Roma, dimora creativa della compagnia Frosini/Timpano, si svolge in questi giorni “Corpo scritto”, progetto laboratoriale a cura di Daniele Timpano ed Elvira Frosini rivolto a drammaturghi ed attori-autori: per l’occasione, la coppia di attori, drammaturghi e registi (neanche troppo tempo fa ha debuttato un nuovo spettacolo che li ha visti dirigere la compagnia piemontese del Teatro degli Acerbi) hanno trascinato nel loro turbine creativo anche il critico Attilio Scarpellini.

Impegnati a seguire e a documentare il progetto, abbiamo posto alcune domande ai tre curatori.

 

Dalila D’Amico: Come si inserisce “Corpo scritto” nel corpus dei vostri spettacoli?

Daniele Timpano: Si lega anzitutto “biograficamente”: è un laboratorio che conduciamo da anni, da prima che ci conoscessimo Elvira era già impegnata in questo progetto, che portiamo avanti insieme da quando ci siamo conosciuti.

Elvira Frosini: In particolare, questo laboratorio di scrittura si lega ai nostri spettacoli perché è un tipo di lavoro che ci appartiene, che sperimentiamo e pratichiamo quando scriviamo su noi stessi o sui corpi di altri attori. Alla base del laboratorio c’è l’interazione tra noi e i partecipanti: mettere in pratica insieme questa modalità di scrittura performativa, mettere in scena un lavoro che, dalla fase realizzata a quella performativa, è il risultato di una serie costante di stimoli.

 

Dalila D’Amico: E i partecipanti?  

Elvira Frosini: I drammaturghi i li abbiamo scelti attraverso un bando, ricevendo i loro curriculum e lavori precedenti, seguito da un colloquio, una chiacchierata per conoscerci. Gli attori invece, sono nostri allievi della scuola di formazione per attori-performer, che si tiene annualmente da ottobre a giugno.

 

Dalila D’Amico: Come si traduce la parola in corpo, e il corpo in parola?

Attilio Scarpellini: La parola in corpo si traduce attraverso gli attori, nel momento in cui gli attori vengono a contatto con i testi e cominciano a lavorare alle loro improvvisazioni sui testi. In quel momento la parola, che nel testo ha avuto il suo massimo compimento, ha un punto di caduta, e quel punto di caduta è il teatro.

Abbiamo operato nell’unico modo possibile: lasciando a tutti la libertà di scrivere sui tre temi su cui è impostato il laboratorio, per lavorare su quella che è la linea personale di ogni autore.

 

Bernardo Tafuri: “Dio, patria, famiglia” è l’oggetto del lavoro drammaturgico. Come si declinano?

Attilio Scarpellini: Una declinazione che abbiamo sotto gli occhi: qualsiasi cosa se ne pensi, queste tre parole, che sembravano essere state esiliate dalla società liberale e liberista, stanno facendo prepotentemente ritorno. Ad esempio, si guardi come Dio faccia irruzione nel mondo contemporaneo, da una parte attraverso gli integralismi religiosi e i movimenti che ad integralismi religiosi si ispirano, dall’altra nelle società laiche e secolarizzate… è ormai il grande tema della storia degli ultimi quindici anni.

Quello della famiglia, fin dall’età classica, è un tema centrale nel teatro… una realtà sempre più dispersa, che tende a ridefinirsi e riorganizzarsi. In mezzo, la questione della identità sessuale e dell’identità di genere.

 

Bernardo Tafuri: C’è una gerarchia, una scala valoriale dietro questi concetti?  

Attilio Scarpellini: La mia impressione è che la gerarchia sia oggi rovesciata: si partiva dalla famiglia per arrivare, tendere, a Dio. Mentre la gerarchia dal punto di vista valoriale è Dio, Patria, Famiglia; cioè, va dall’alto verso il basso. Tutto in realtà è stato molto confuso, ridefinito, attraverso il tema dell’identità. Molti movimenti che oggi parlano di Dio, ne parlano in termini meramente identitari.

Non è tanto il problema della fede, quanto quello dell’appartenenza comunitaria; di riattraversare la memoria per andare oltre l’identità, riattraversare una memoria che le identità liquide pensano di aver superato, sublimato, insomma… di essere andate oltre. Ciò non è avvenuto. Questo spiega perché nella società della liquidità si sviluppi un’insicurezza esistenziale sempre maggiore.

 

Dalila D’Amico: In questo senso… il teatro. 

Attilio Scarpellini: Il teatro oggi è l’unica forma cerimoniale sopravvissuta. Se la distanza è veramente quella di cui parla Agamben, tra “fuoco e racconto”, il teatro corrisponde ancora al fuoco. Non è un rito religioso, ma senza dubbio, nel teatro, qualcosa, un elemento di sacralità profanata, rimane. Questo è importante. Seppur nella società dello spettacolo il teatro sia sempre più un’entità marginale, esso resta l’unica arte che si fa “tra gli uomini”, dal vivo e senza corpi virtuali o mediati.



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