Giovedì 29 Giugno 2017
Venerdì, 02 Dicembre 2016 09:36

Snowden e la sorveglianza di massa nell'immaginario cinematografico USA

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Il Datagate dal 2013 al biopic di Oliver Stone: come il cinema ha reagito alle rivelazioni di Edward J. Snowden.

Quando leggiamo Snowden sulle locandine dell’ultimo film di Oliver Stone fuori delle sale siamo presi dall’illusione che solo ora lo scandalo Datagate sia stato raccontato al cinema. Non è per ristabilire la supremazia del documentario premio Oscar di Laura Poitras, il capolavoro Citizenfour, è piuttosto per ribadire l’importanza storica di quel 5 giugno 2013, un giorno impresso nella memoria e nell’immaginario degli Stati Uniti d’America, la cui produzione cinematografica ha riflettuto a lungo e in largo sull’argomento della privacy.

Edward J. Snowden nella tarda primavera del 2013 raccontò ai giornalisti Glenn Greenwald, Ewen MacAskill e Laura Poitras dell’immensa violazione dei diritti umani, dei patti internazionali e della costituzione statunitense: il governo USA (con la complicità dei suoi alleati più stretti) spiava i cittadini di mezzo mondo, "raccoglieva tutto il raccoglibile", spesso e volentieri senza alcuna autorizzazione né valida motivazione. Un’infinità di dati usati a proprio piacimento, con l’intenzione di mantenere attivo il mercato della guerra e rinforzare la propria supremazia sul resto del mondo.

Gli articoli di giornale che resero leggibili i dati trafugati da Snowden, contraente della National Security Agency (NSA), spiegano benissimo l’importanza del suo gesto – ancora oggi su The Intercept si sfornano notizie basate sulle migliaia di documenti messi a disposizione. Citizenfour e Snowden, due opere così diverse eppure complementari, narrano il lato umano della vicenda, senza commettere peccati o cedere al vizio del sensazionalismo. Come hanno reagito i cittadini USA lo abbiamo visto e lo vediamo ancora invece attraverso serie e film di primo taglio.

Un tempo erano i Sovietici e la Cina, poi i terroristi mediorientali e i nord coreani, oggi il grande pericolo straniero si unisce ai traditori interni: la sorveglianza di massa è diventato il nuovo spauracchio, l’arma del villain di numerosi blockbuster, la “sicurezza” lo specchio per le allodole con cui ingannare la gente, ignara dei crimini commessi dalle agenzie di intelligence e dal proprio governo. Nel 2014 ad esempio in Captain America: Il soldato d’inverno il buon Steve Rogers/Chris Evans lottò contro la corruzione nella S.H.I.E.L.D., la cui volontà era di privare i cittadini della loro libertà in nome della sicurezza.

In Spectre accade qualcosa di assai simile: un’agenzia nemica realizza un sistema di sorveglianza di massa per acquisire dati sufficienti a controllare la vita delle persone con lo scopo di esercitare un controllo assoluto su di loro. Qualche volta è invece per gioco, come si racconta nel terzo episodio dell’ultima stagione di Black Mirror in streaming su Netflix. La nemesi di James Bond, Ernst Blofeld/Christoph Waltz, però era un vero cattivo, ha rappresentato il lato del dibattito schierato in netto contrasto con le politiche della sicurezza che vedono la privacy sminuita a mero vezzo sacrificabile.

Questo risvolto della faccenda fu protagonista invece in Furious 7 di James Wan, dove l’agente dei servizi segreti interpretato da Kurt Russell, dal nome stereotipato di Mr. Nobody, racconta come la tecnologia God’s Eye possa essere usata per la sicurezza nazionale. Nessuno lo mette in dubbio neanche per un secondo, l'unico pericolo nella mente della "famiglia" di Dominic Toretto/Vin Diesel è il rischio che cada nelle mani sbagliate, quelle del terrorista di Djimon Honsou, Mose Jakande, un pericoloso mercenario somalo (in Somalia è attiva una delle silenziose guerre degli Stati Uniti combattute a suon di droni).

Il cinema riflette la preoccupazione dei nostri tempi, assume il compito di mostrare fisicamente il rinculo del colpo sparato da Snowden contro le istituzioni USA, prima il governo di George W. Bush Jr., di Barack Obama poi – con cui Oliver Stone è assai severo in questo suo Snowden, anche se cerca di non essere troppo esplicito nelle accuse. Ancora indeciso, il cinema si schiera da un lato o dall’altro, a seconda dello spettacolo in offerta e del pubblico di riferimento. Captain America fa capo a un pubblico internazionale, indignato dalle azioni dell'alleato, Furious 7 parte dagli USA e punta a spettatori interessati solo al caos automobilistico.

Assai più pigro il riferimento in Jason Bourne, quinto capitolo della saga con Matt Damon uscito in chiusura dell’estate 2016, idem in The Mechanic: Resurrection, da pochi giorni nei cinema italiani: l'azione pura di Damon e Jason Statham non ha alcun interesse a far parte di un dibattito etico-politico, i pugni sono sufficienti a esprimere l'assente messaggio di entrambe le pellicole. Con quelle breve citazioni però contribuiscono a scolpire il mito della sorveglianza di massa, dei suoi pericoli e del sopruso dietro l’angolo.

Fuck Society urlano gli spettatori con le maschere di Guy Fawkes di Anonymous, attraverso uno show di culto come Mr. Robot, vincitore agli Emmy come Miglior Serie Drammatica e come Miglior Attore Protagonista nei suoi due anni di trasmissione, mentre i network reagiscono col morbido e sempliciotto spin-off CSI: Cyber, o con l'intelligenza artificiale assai sofisticata creata da Jonathan Nolan nel sottovalutato ex-procedurale Person of Interest. Su SyFy si sceglie invece l'ottica del genere, horror e fantascientifico, per partecipare alla discussione con sottili riferimenti, sia in Ascension che in Z Nation, dove addirittura uno dei protagonisti altri non è che la parodia (feroce, aggiungerei) di un analista della NSA capace di agire e osservare il mondo intero dalla sua base artica.

Il film di Stone per queste ragioni può prendersi il lusso di evitare l’approfondimento, di sostenere la propria battaglia sul concetto generico di sorveglianza di massa, perché il dibattito è stato già affrontato nei blockbuster e nelle serie televisive di maggior successo. A volte può apparire siano dimostrazioni superficiali della conoscenza dell'argomento, ma il semplice schierarsi, o l'associazione con l'eroe o il nemico di turno, è un modo di agire e rappresentare in forma comprensibile la propria idea. Snowden può quindi essere un film sull’uomo, valutato per l’eccellente lavoro sulla voce di Joseph Gordon-Levitt, non criticabile per l’assenza della percezione di un pericolo vero: eroi eponimi come Steve Rogers e James Bond hanno già provveduto a verificarne la malvagità.  

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