Arti Performative

Ascanio Celestini // Pueblo

Carmen Navarra

A pochi mesi dal debutto, Ascanio Celestini riporta a teatro Pueblo, in scena fino a domenica 29 aprile al Teatro Franco Parenti di Milano, seconda tappa di una trilogia inaugurata nel 2015 con Laika. Quella che viene portata sulla scena è la vita delle persone – pueblo, per citare il titolo – che Celestini, affabulatore di specie rarissima, immagina che accada aldilà della finestra della sua casa.
Sul palcoscenico compare una tenda semiaperta dietro la quale l’attore recita il suo monologo: lo sguardo, vivido e intenso, fissa un punto in lontananza, quello della finestra della casa di Violetta, cassiera in prova al supermercato all’angolo e di sua madre, che alla sera le prepara la zuppa liofilizzata. Gli accadimenti della gente di periferia lasciano incredulo il bambino – una voce fuori campo – a cui Ascanio parla. All’accusa di essere un guardone, l’attore risponde che a differenza del guardone che si limita a guardare gli altri, il poeta, ovvero se stesso, immagina gli altri. Difatti l’immaginazione e la verosimiglianza sono il punto di forza di questo spettacolo teatrale, durante il quale, con ritmi martellanti e ossessivi, Celestini costruisce la vita di quegli altri che altro non sono che il riflesso di noi stessi. L’universalità delle sofferenze degli esseri umani è data anche dal fatto che all’identità precisa dei personaggi (Violetta, Domenica, Said) sia sovrapposta, con l’uso di un linguaggio più immediato, la loro caratterizzazione “saramaghiana”: la barbona che non chiede mai l’elemosina, la barista bella e cattiva, il magazziniere africano, la poliziotta gentile. L’intrico delle loro singolari eppure concatenate vicende oscilla tra gli autoinganni di cui hanno (e abbiamo) bisogno e l’amarezza della realtà circostante; l’umorismo di Celestini nasce, molto pirandellianamente, dalla suddetta dicotomia: Violetta, secondo l’io narrante che diviene anche io narrato, deve illudersi di essere una regina che giornalmente riceve in dono dai tanti clienti soldi e biscotti; Domenica, la barbona che non chiede mai l’elemosina, vive in un prefabbricato di plastica accanto a quello stesso supermercato che Violetta ha bisogno di credere sia la sua reggia; Said, che va a trovare Domenica tutte le sere tranne il sabato e va al lavoro tutti i giorni tranne la domenica (splendido calembour) è il magazziniere extracomunitario di quello stesso luogo che una notte, per volere della sua fidanzata, diventa una sorta di paradiso perduto. Intorno a questi luoghi/non luoghi ruotano le vite sconnesse e prive di futuro della gente emarginata, di “pueblo” che incespica nella sua stessa sopravvivenza, tentando finanche il suicidio.
A queste persone, tradite dalla vita, non può essere negata l’illusione di una speranza: da qui nasce l’autoconvincimento che il giorno del proprio funerale sia «un giorno pieno di prodigi» in cui al mercato di Largo Spartaco, luogo dell’infanzia rubata di Domenica, alla barbona vengano offerti frutta e caffè. Accompagnato dallo strumento periferico per antonomasia, la fisarmonica di Gianluca Casadei, Celestini cuce, in circa due ore, una tela le cui storie sono destinate a restare nel cuore di chi le ha ascoltate.



Una selezione delle notizie, delle recensioni, degli eventi da scenecontemporanee, direttamente sulla tua email. Iscriviti alla newsletter.

Autorizzo il trattamento dei dati personali Iscriviti