Venerdì 28 Aprile 2017
Venerdì, 10 Febbraio 2017 12:21

Mostre. Escher al Palazzo Reale di Milano

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Lo scorso 29 gennaio si è conclusa a Milano la mostra di Escher, celebre artista visionario di origine olandese. Le 200 opere (perlopiù litografie e xilografie) sono state esposte nel sontuoso Palazzo Reale, una delle principali sedi delle mostre promosse dal capoluogo lombardo. L’eccezionale successo dell’evento ha fatto sì che la chiusura, prevista per il 22 gennaio, slittasse di una settimana.

Arrivo in Duomo in compagnia di due amiche un sabato pomeriggio. La temperatura è rigidissima (rigorosamente sotto lo zero) e la fila sembra interminabile. Lo scopo, prima di essere subissata dalla genialità di Escher, è quello di arrivare integra a destinazione: tra chiacchiere e bevande calde vendute alla bisogna in un chioschetto all’ingresso del cortile, trascorrono tre lunghissime ore. Ne è valsa letteralmente la pena.

Maurits Cornelius Escher nasce in Frisia, una regione a Nord dei Paesi Bassi, nel 1898. Come tutti i talenti che si rispettino, rientra nella categoria degli studenti ‘fannulloni’: carente in quasi tutte le materie (perfino in matematica!), sviluppa, di contro, una passione per il disegno, pur avendo abbandonato, negli anni della giovinezza, gli studi di architettura, facoltà a cui si era iscritto per compiacere la volontà del padre. Segue con molto entusiasmo e dedizione le lezioni del grafico S. Jesserun de Mesquita, suo imprescindibile Maestro, come dirà negli anni a venire e compie un viaggio in Italia, determinante per la sua formazione. Infatti la contemplazione dei paesaggi del Belpaese lo induce a rappresentarne gli aspetti più ammalianti e nascosti. Attraverso un sapiente uso della tecnica della divisione regolare del piano, realizza ‘angoli di paradiso’, prediligendo i villaggi misconosciuti del Sud Italia (Calabria, Sicilia, Campania). Non è un caso che la prima delle sei sezioni in cui viene suddivisa la mostra, sia incentrata essenzialmente sul rapporto dell’artista olandese con il nostro Paese, a cui, peraltro, sarà legato anche sentimentalmente: nel 1923, infatti, si trasferisce a Roma (dove vivrà per 12 anni), dopo aver incontrato a Ravello Jetta Umiker, sua futura moglie. A questo periodo risalgono alcuni dei suoi disegni più celebri: Castrovalva (1928), raffigurante l’inospitale, ma affascinante, entroterra abruzzese, caratterizzato da picchi a strapiombo in primo piano e natura selvaggia sul piano di fondo; od anche Pentadattilo (1930), in cui viene disegnato un villaggio arroccato su un promontorio calabrese, significativo esempio di ‘natura incontaminata’. Affascinato oltremodo anche dalle aree urbane della capitale, a partire dal 1934 realizza una serie di incisioni dal titolo ‘Roma di notte’: tra queste, particolare rilevanza avrà la rappresentazione dell’interno della Basilica di San Pietro, immortalata dall’artista attraverso un arguto scorcio dall’alto del camminamento della cupola. Nel descrivere l’opera, lo stesso Escher sosterrà: ‘Vorrei che lo spettatore, osservandola, avesse la sensazione di cadere’. In effetti dal vivo la resa risponde perfettamente all’intento.

La sezioni successive della mostra, in concomitanza con il trasferimento di Escher dall’Italia alla Svizzera e infine con il ritorno in Olanda, sono dedicate alla fase più ‘creativa’ dell’artista. Infatti entro in una sala sulla cui parete centrale è affissa una domanda a caratteri cubitali: ‘Siete davvero sicuri che un pavimento non possa anche essere un soffitto?’. Il ‘tono’ canzonatorio del quesito non è che l’inizio del ‘dialogo’ che l’artista imbastirà con il suo pubblico. Di qui alla fine del percorso, infatti, la mostra avrà un carattere deliziosamente interattivo. Le anfibologie del linguaggio visivo, le ambiguità delle forme e il relativismo delle immagini riflettono la frammentarietà dell’animo umano: turbato ma anche brioso, irrequieto ma anche calmo. Questa metafora di vita si concreta nella sezione intitolata ‘Superfici riflettenti e struttura dello spazio’, nella quale lo spettatore è protagonista delle più disparate suggestioni: la successione di due vasi scolpiti, le cui ombre sul fondo proiettano in modo artificiosamente naturale il profilo di un uomo e una donna; Mano con riflesso sferico (1935), il suo più celebre autoritratto. Una mano rugosa regge una sfera, internamente alla quale Escher rappresenta se stesso e il suo studio, di cui sono visibili tutte e quattro le pareti; Su e giù (1947), litografia davanti alla quale l’occhio umano assiste – ammaliato – alla rappresentazione della stessa scena da punti di vista diversi: una donna affacciata al balcone intenta a guardare un uomo che, seduto su uno scalino, la fissa di rimando. Escher lega la parte superiore (la donna) con quella inferiore (l’uomo) facendo coincidere il pavimento dell’una con il soffitto dell’altra. Mani che disegnano (1948), una sineddoche visiva assai raffinata in cui le mani, rappresentate tridimensionalmente, si disegnano in modo reciproco; Relatività (1953), dipinto utilizzato anche come scenografia nel film ‘Labirinth’ con David Bowie, nel quale ognuno degli abitanti, sale o scende – a seconda della nostra percezione ottica – le scale ed è attratto da uno dei tre centri di gravità ed indifferente agli altri due; Esposizione di stampe (1956), in cui l’artista olandese riesce a coniugare due idee: il quadro nel quadro e la spirale. Un ragazzo, rappresentato di spalle all’interno di una galleria di stampe, ne osserva una all’interno della quale si ripete la stessa immagine all’infinito. Secondo gli studi matematici di Escher questa deformazione può avvenire per un numero pari a 256 volte; impossibile a riprodursi in 30 cm di foglio, l’artista olandese utilizza pretestuosamente una spirale per ridimensionare l’effetto a cui ambisce. Per la complessità dell’artificio (banalmente: l’immagine nell’immagine), questa composizione, studiata per ben quarantasette anni da diversi scienziati, prende anche il nome di Effetto Droste (nome che deriva dalla scatola del famoso cacao olandese). Alla sezione ‘Paradossi geometrici’, appartiene il cubo di Necker, che rientra nelle figure impossibili a realizzarsi nel mondo reale, ma paradossalmente riproducibile su un foglio. Escher, infatti, utilizza questa struttura per la costruzione di Belvedere, litografia del 1958: i piani disegnati, pur essendo perpendicolari tra loro, si trovano uno sopra l’altro. Non solo: le colonne antistanti diventano retrostanti e viceversa. Ai piedi del belvedere figura un uomo vestito con abiti medievali intento a studiare il cubo di Necker, appunto, il cui progetto giace a terra. Tra una sala e l’altra si interpongono degli spazi minori riservati allo spettatore nei quali possono essere ‘confutati’ gli esperimenti escheriani. Questa collisione tra finzione e realtà attira soprattutto il pubblico più giovane (bambini e adolescenti) che, divertito dai ‘giochi’, prende attivamente parte alle illusioni ottiche messe a punto da Escher. Sono quasi alla fine del viaggio fantascientifico che sto provando a raccontare: benché cronologicamente anteriore, l’opera che dà il titolo alla penultima sezione della mostra, Metamorfosi, viene collocata alla fine, presumibilmente per creare un effetto di suspence. Nell’arco della sua vita, Escher realizza diverse composizioni con il medesimo soggetto. Qui la tecnica della tassellazione, a lungo studiata dal grafico olandese, trova il suo esempio più elaborato. L’insieme di forme chiuse, infatti, ricoprono il piano senza sovrapporsi e senza lasciare spazi vuoti. Questa ‘concatenazione’ raggiunge, nel caso dell’opera citata, una lunghezza di 8 metri. Pur avendo subìto variazioni di ogni sorta nel ‘corso’ della sua evoluzione, la prima forma finirà col coincidere con l’ultima. Così: un motivo a scacchi in bianco e nero si tramuta in una scacchiera a rombi allungati, che diventano un motivo di fiori con api, che si trasformano in uccelli, che diventano barche a vele, che compongono lo scheletro dei pesci, che tornano a modellarsi sotto forma di uccelli, che diventano triangoli in bianco e nero, che realizzano rombi alla base dei quali si modella la costruzione della città di Atrani (Costiera Amalfitana), molto cara ad Escher. Quest’ultima forma si ricompone nella scacchiera iniziale: è il tripudio del talento escheriano. L’ultima sezione, simpaticamente intitolata ‘Economia di Escher ed eschermania’, racconta visivamente la fortuna dell’artista protrattasi fino ai giorni nostri. Tutte le altre arti si sono avvalse del suo estro: On the Run, The Live Biography Volume Three dei Pink Floyd presenta, in copertina, la litografia Relatività; l’edizione rigida Einaudi di Le Cosmicomiche di Italo Calvino riprende, in copertina, una litografia dell’artista; le celebri rampe fatate del Castello di Hogwarts nella saga di Harry Potter sono la trasposizione dell’opera escheriana Case di scale. Sono solo alcuni degli esempi che corroborano l’indiscussa genialità dell’artista, che resterà prolifico fino agli anni ‘70. In età avanzata sentirà forte l’influsso delle correnti artistiche dell’Avanguardia, in particolar modo del Surrealismo e del Futurismo e svilupperà un interesse per l’infinito (a quest’ultimo periodo risalgono le incisioni Cerchio limite). Si spegne a Laren (Olanda Settentrionale) nel marzo del 1972.

È sera inoltrata quando esco dal Palazzo Reale: le mie strutture mentali ed interiori sono state scomposte e annichilite. Credo che non mi ricomporrò facilmente.

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