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#Focus. Louise Bourgeois a Napoli

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“I do, undo, redo.”

Memoria, sogni, rielaborazione sono la camera magmatica che custodisce l’energia creativa di Louise Bourgeois, scultrice francese vissuta a New York fino all’età di 99 anni ed autrice di numerose opere che hanno ottenuto diversi riconoscimenti internazionali e fatto il giro del mondo.

La città di Napoli in questo risulta essere privilegiata essendo già la seconda volta che le opere della scultrice francese vengono ospitate nei musei della città.  La prima infatti, nel 2008, fu in occasione della mostra organizzata presso il museo di Capodimonte; l’esposizione riscosse un grande successo di pubblico tanto che, quasi dieci anni dopo, prende vita un progetto di collaborazione istituzionale tra il museo nazionale di Capodimonte, il museo “MADRE” e la galleria d’arte privata “Studio Trisorio”.

La mostra viene inaugurata da una tre giorni di introduzione e riflessione intorno al percorso di questa straordinaria artista, che comincia con la proiezione del film-documentario “The spider, the mistress and the Tangerine” al museo Madre. Alla proiezione, presenziata dal direttore del museo Andrea Viliani e che ha visto una notevole partecipazione di pubblico, è intervenuto anche Jerry Gorovoy, storico assistente ed amico dell’artista francese, che ha commentato alcuni passaggi fondamentali del film.

Gorovoy ha ricordato l’artista negli aspetti fondamentali del suo lavoro citati all’interno del documentario: l’importanza dello spazio, delle emozioni e delle idee a dispetto del materiale utilizzato, la qualità del silenzio come condizione imprescindibile.

La poetica di Luise Bourgeois prende le mosse dall’abisso di emozioni generato a sua volta dalle paure ancestrali legate all’infanzia, dalla elaborazione del subconscio, il demone costante interlocutore dell’artista durante tutta la sua vita. E’ Gorovoy quindi a ricordare ciò che soleva ripetere la sua amica Louise, ovvero “l’arte nasce da una difficoltà – le persone felici non hanno storia”; l’opera “Fears make the world goes round” ne è difatti un chiaro esempio.

L’infanzia, la famiglia, la sessualità sono il principio e il mezzo dell’opera creativa della scultrice, sono gli elementi che si ritrovano inevitabilmente in tutte le sue opere e ne definiscono l’identità, a partire dalla celebre opera del “ragno”, ospitata in numerosissime esposizioni in tutto il mondo e che ha inteso rappresentare la maternità in tutta la sua imponenza attraverso le zampe chiuse a cupola in segno di protezione e riparo dal mondo esterno. Ed ancora, “Arch of Histerya” che nella tensione del corpo esprime invece tutta la drammaticità del suo mondo interiore, un’opera rappresentata senza testa per indicare che l’essere umano privo della sua razionalità è preda degli istinti selvaggi che lo conducono ad una sofferenza atroce. Il documentario non trascura quindi di lanciare uno sguardo a queste e ad altre opere note come le “Red room of child – Red room of parents” e quelle dal titolo eloquente come “The distruction of the father” che evoca il difficile rapporto dell’artista con il padre.

La capacità di attrazione delle opere di Louise Bourgeois, precisa Gorovoy, sta nel dinamismo dato spesso dalla sovrapposizione di elementi, per quanto questi possano sembrare statici. Essi infatti sono la cifra del potenziale creativo dell’artista e ne determinano il forte impatto comunicativo. La pregnanza delle sue opere sta nella sintesi e l’incertezza del risultato finale, secondo l’assistente della scultrice, non ha mai costituito un ostacolo per l’artista, “Louise (precisa) non sapeva dove andare quando cominciava le sue opere ma sapeva che era sulla strada giusta e per quella strada continuava” e a tal riguardo, aggiunge, il titolo “Viaggi senza meta” dato alla mostra sembra riuscire ad esprimere pienamente questo aspetto.

La tre giorni continua con l’inaugurazione della retrospettiva allo studio Trisorio, dove vengono esposte quattro sculture in bronzo e trentaquattro disegni, molti dei quali inediti, realizzati tra il 1940 e il 2009.

I disegni per Louise Bourgeois sono diari ma anche un modo per rivelarsi a se stessa. È la stessa artista a a far riferimento, all’interno del documentario, al carattere spontaneo dei disegni dato dalla duttilità del materiale che non incontra resistenza come accade invece nella scultura. Nei disegni dell’artista inoltre si percepisce chiaramente la psicologia della separazione, riferita quest’ultima al distacco dalla figura materna, alla recisione del cordone ombelicale da una madre amata che ha costituito un punto di riferimento nella vita dell’artista.

Tra i disegni messi in mostra presso lo Studio Trisorio si distinguono ancora una volta i ragni, metafora della maternità come già accennato ma anche della riappropriazione di se stessi espressa attraverso le trame della tela che se distrutta può essere ricostruita. Le immagini  che suscitano maggiore impatto sul visitatore  però sono quelle dipinte in rosso sangue o fucsia per rappresentare il corpo delle donne nelle sue dimensioni più intime, nella ricerca della sua forza generatrice ed in tutti i significati che ad essi sarebbe possibile attribuire attraverso una lettura in chiave freudiana, suscettibile di mettere in luce la dinamica creativa che si genera nello scontro/incontro dell’artista con la sua memoria, con l’infanzia, la casa la famiglia,con  i temi dell’amore e dell’abbandono.

Le opere della Bourgeois però non costituiscono, come qualcuno ha inteso, un vessillo dei movimenti femministi del 900; è l’artista stessa infatti a precisare in un passaggio del documentario la necessità di rendere l’arte sufficientemente indipendente dalla politica per far sì che essa conservi la capacità di trascendere il tempo, ed è a questo che devono aver pensato Laura Trisorio e Sylvain Bellenger, curatori del progetto, quando hanno deciso di mettere in dialogo l’opera contemporanea dell’artista francese “Le femme couteau” ( esposta per la prima volta in Italia ) con il martirio di Sant’Agata, opera seicentesca di Franceso Guarino.

La mostra dal titolo “Incontri sensibili” è infatti ospitata al museo di Capodimonte e induce il visitatore ad annullare ogni riferimento cronologico nella lettura delle due opere. Nel martirio di Sant’Agata la giovane martire viene mutilata dei seni eppure conserva una postura fiera mentre con un panno copre il petto straziato lasciando intravedere soltanto del sangue che suggerisce la violenza perpetratale sul corpo.

Così l’immagine della martire cristiana incontra la “femme couteau” di Bourgeois la cui staticità e la posizione supina indicano la resa ad un trauma già subito come dimostrano anche la testa e gli arti mutilati in assenza di sangue. La lama che si erge dai seni però, e pende sul ventre gonfio, sta ad indicare al contempo che il pericolo è sempre in agguato e mette in scena la totale vulnerabilità del soggetto: una figura fatta di tessuto, materiale che l’artista ha prediletto alla fine della sua carriera ed ha spesso accostato alla figura materna più morbida rispetto a quella del padre non a caso identificato con il legno in molte delle sue opere di inizio carriera.

Le due opere quindi anche se a distanza di trecento anni sono capaci di esprimere con eguale intensità l’enorme pathos che le caratterizza ed il loro accostamento in forma dialogica pare riuscire a dare piena concretezza alla speranze dell’ artista francese di trascendere la linea del tempo.

Le opere di Louise Bourgeois potranno essere visitate presso il Museo di Capodimonte e lo Studio Trisorio fino al 17 giugno 2017.

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