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#Focus. Itaca/La bottega dei ritorni. "Sangue sul collo del gatto": sinfonia della vaniloquenza da Fassbinder a Lupinelli

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#Focus. Itaca/La bottega dei ritorni. "Sangue sul collo del gatto": sinfonia della vaniloquenza da Fassbinder a Lupinelli Foto di Bernardo Tafuri

Nella piccola chiesa di Santa Apollonia prosegue il lavoro di Maurizio Lupinelli e dei laboratoristi di “Itaca/La bottega dei ritorni”. Sangue sul collo del gatto, questo il titolo straniante della drammaturgia su cui i talentuosi attori salernitani intessono una prima collaborazione: la pièce è tra le più note opere teatrali del controverso regista tedesco Rainer Werner Fassbinder.

Costui, seppur oggi non altrettanto riconoscibile quanto altri suoi connazionali e contemporanei quali Werner Herzog e Wim Wenders, è invece uno dei registi più prolifici della Germania post-bellica, assurto non di rado negli accostamenti della critica a sorta di Pasolini teutonico, se non altro per la capacità di essere sempre immediato nella critica ad una società, quella borghese, scandagliata nelle sue più inconfessabili idiosincrasie. Senza retorica, sempre nel pulviscolo del suo cuore di tenebra. Una vita al limite, tra il martirio ed il sacrificio osceno del capro espiatorio, tra la demenza della civiltà, e l’innocenza d’essere comunque condannati a morire nel guado della vita sociale.

Rainer Werner Fassbinder nasce il 31 maggio 1945 a Bad Wörishofen nella Baviera.

La sua formazione inizia alla scuola steineriana (da Rudolf Steiner, i cui principi liberali sono il fondamento teorico della sua prima istruzione) e al ginnasio di Ausburg, e poi a Monaco.

Curiosamente, la sua frequentazione delle sale cinematografiche avviene per caso, o piuttosto, per imposizione: la madre Liselotte, divorziata dal padre e di mestiere traduttrice, è particolarmente solerte nel corrispondergli la cifra per il biglietto, utile in realtà ad allontanarlo momentaneamente dal guscio domestico per poter lavorare senza distrazioni.

Pochi anni dopo, tra il ’65 e il ’66, il giovane Rainer, scartato dalla scuola superiore di cinema di Berlino, gira i suoi primi cortometraggi. Nel 1967 è allievo presso la scuola di recitazione dello Schauspielstudio Leonard di Monaco: qui incontra Hanna Schygulla, Peer Raben e Kurt Raab, entra nel gruppo dell’Action-Theater e inizia a realizzare regie, adattamenti, scrive il dramma Katzelmacher messo in scena nel 1968. In seguito al fallimento dell’Action-Theater, decide di fondare un nuovo collettivo, l’Antiteater, e avviare una nuova fase creativa.

Nell’aprile del 1969 gira il primo lungometraggio, Liebe ist kälter als der Tod (L’amore è più freddo della morte), presentato al Festival di Berlino, e inizia la sua frenetica attività di regista cinematografico e teatrale. Nel 1971 e fino al 1977 partecipa alla fondazione e all’attività del Filmverlag der Autoren, che distribuirà buona parte dei film dei registi del Nuovo Cinema Tedesco.

In seguito fonda la sua casa di produzione, la “Tango Film”. Dopo lo scandalo e la censura di Der Müll, die Stadt und der Tod (I rifiuti, la città e la morte) rinuncia, costretto, a due progetti filmici e nel 1978 gira Die Ehe der Maria Braun (Il matrimonio di Maria Braun), mentre dedica il ’79 alla realizzazione di “Berlin Alexanderplatz”, lo sceneggiato televisivo in tredici puntate e un epilogo che rafforzerà la sua fama in Europa. Nel 1981 Die Sehnsucht der Veronika Voss (Veronika Voss) vince l’Orso d’oro al Festival di Berlino. Dopo aver girato Querelle, il 10 giugno 1982, a soli 37 anni, incontra la morte per overdose.

Un obeso, un peccatore, una puttana santa: «i miei personaggi sono meschini, perché tali sono le condizioni nelle quali vivono. Non esiste gente cattiva per natura. L’uomo in sé è buono, certamente», affermava l’autore.

Seppure un barlume di speranza può esserci, esso risiede nell’oscurità più abietta, nel degrado, nell’unico scenario di quella presa conoscitiva sull’uomo e la sua società; e ancora, nel senso possibile di un’esistenza forsennata, nel supplizio delle relazioni umane fondate sulla menzogna e sull’ipocrisia, nella devianza che rende impossibile maturare autenticità nei sentimenti se non nella rivelazione carnale d’un letto, fondo cavo d’ogni esistenza e di pulsioni incontenibili.

In Sangue sul collo del gatto, tableau di personaggi presentati nella loro immediata evidenza, senza alcuno psicologismo di sorta, c’è la messa in scena d’una umanità degradata e vaniloquente: a turno, i personaggi sviscerano la propria anima in monologhi disarticolati e dialoghi surreali. Fassbinder accosta un personaggio enigmatico, Phoebe Zeitgeist, un’aliena venuta dallo spazio, alla società ivi rappresentata; una sorta di Kaspar Hauser spettrale, egualmente straniato e stranito, in un mondo di corrotti e squilibrati, pezzenti e accattoni, sadici e puttane. Da questi presupposti, Maurizio Lupinelli ha raccolto negli anni di pratica teatrale ogni suggestione di questo testo, realizzandone nel gennaio 2016 anche una dimostrazione oltralpe alla Kindl Brauerei di Berlino, una Sinfonia Fassbinderiana su cui è stato girato un documentario a cura di Graziano Graziani. Il suo sapere profondo diventa, così, oggetto d’indagine e strumento di approfondimento per gli attori di “Itaca/La bottega dei ritorni”.

Cresce quotidianamente l’attesa per quella che sarà la dimostrazione pratica del lavoro svolto, prevista per il 7 gennaio. Intanto, Vincenzo Albano, patron di Mutaverso Teatro, la rassegna che ospita questa residenza artistica, invita il pubblico ad assistere alle prove - ogni giorno dalle 15:00 alle 21:00 - presso la chiesetta di Santa Apollonia in via S. Benedetto, nel cuore del centro storico di Salerno.

Letto 255 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Gennaio 2017 13:27
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